Rivanazzano Terme. La storia siamo noi. E il passato non è poi così distante. Capita, ad esempio, di inciamparvi curiosando sopra le nostre teste con Google Earth. «L’archeologia è spesso legata alla casualità – conferma Stefano Maggi, archeologo, fondatore del Cridact (Centro di Ricerca Interdipartimentale per la Didattica dell’Archeologia Classica e delle Tecnologie Antiche) dell’Università di Pavia –. L’attività di scavo che abbiamo condotto negli ultimi dieci anni, nelle campagne di Rivanazzano, nasce proprio dalla segnalazione di un contadino “smanettone” che, osservando dall’alto un campo in Valle Staffora, ha notato la pianta di un edificio nascosta sotto l’erba medica». Partecipazione dal basso Quel lembo di terra anonimo, sulle prime colline dell’Oltrepò Pavese, non solo ha restituito negli ultimi anni un pezzo importante di storia del territorio (e conserva ancora molti segreti) ma ha messo in moto un meccanismo di partecipazione dal basso che ha coinvolto, insieme all’ateneo, anche agricoltori e residenti, studenti delle scuole (è in corso un progetto con il liceo Golgi di Broni), giovani laureandi dell’Università di Pavia e, più di recente, i vignaioli. Un meccanismo virtuoso che prosegue ancora oggi, dopo che – giusto due anni fa – Stefano Maggi ha lasciato la cattedra di Archeologia per andare in pensione. Il 5 settembre l’associazione Ticinum Festival presenterà il progetto La storia siamo noi. Archeologia nella terra del vino con cui Maggi intende proseguire nel lavoro sul campo, confidando in un crowdfunding e contando sulla collaborazione già avviata con il museo archeologico di Casteggio. Testimonial per l’occasione sarà Oscar Farinetti, fondatore della catena Eataly. Sul campo per necessità Laureato a Pavia con lode alla fine degli anni Settanta, specializzatosi a Bologna con i maggiori studiosi del tempo, Stefano Maggi, da professore ha saputo poi ben applicare una metodologia che andasse al di là della didattica e della ricerca: «Non sono mai stato un archeologo da campo ma lo sono diventato per necessità: quella di uscire dalle aule per incontrare il territorio – spiega – Ciò che richiede di fare la Terza missione negli atenei». Uno scrigno sepolto Infatti, nell’estate del 2015, ricevuta la segnalazione di Pier Roberto Rosa – un residente con profondo senso civico che segnala «un evidentissimo tracciato visibile su Google Earth in località Cascina Pizzone» – Maggi fa una prima ricognizione sul posto. Da studioso dell’archeologia Cisalpina romana capisce al volo che quel fazzoletto di terra custodisce un segreto importante. «Avverto immediatamente la Soprintendenza della bontà della segnalazione – ricorda – ma il proprietario del campo non ci consente di scavare. Raccogliamo i pochi reperti portati in superficie dall’aratro e ci dobbiamo fermare». Il 14 agosto però il proprietario di un campo vicino apre i cancelli della sua proprietà. L’anno seguente viene aperto il primo sito di scavi proprio, a Cascina Boarezza, a meno di un chilometro da Pizzone, evidenziando un complesso formato da un edificio principale e da strutture annesse, databili tra il I e il VI secolo dopo Cristo, quindi di epoca imperiale. Dal 2017 e fino al 2024 viene aperto un secondo fronte di indagine, nella vicina Cascina Isola Felice: la forte siccità e il diradarsi della vegetazione hanno segnalato la presenza di una struttura coperta, risalente probabilmente all’era tardo-repubblicana (II-I secolo a.C.), attestata dal rinvenimento di un denario di Marco Antonio, moneta coniata nel 31 a.C. per arruolare i soldati prima dello scontro finale con Ottaviano. Anfore, vino e ulivi E poi ceramiche, frammenti di bicchieri di vetro nobile proveniente dalla valle del Reno. Nelle anfore tracce di vino pregiato, importato da Rodi. «Questo testimonia un’attività di importazione anche di esportazione – spiega il professore – collocando la zona sulle grandi vie, Postumia ed Emilia che si incrociavano a Piacenza». L’analisi dei pollini rivela anche la presenza dell’ulivo. L’ordine e la conformazione della campagna di oggi è debitrice «dell’organizzazione romana, con campi centuriati, canali per l’irrigazione e bonifiche». Non a caso la vicina Iria (Voghera) con Augusto diventa colonia. «Idee e merci circolavano nell’impero – riflette Maggi – C’è dunque oggi la presa di coscienza di un passato ancora vivo, che ha segnato le linee di sviluppo del paesaggio. L’antico non è poi così lontano e può farci vedere cose a cui possiamo ancora ispirarci».
L’archeologo che riscopre la storia: «Così i romani disegnarono l’Oltrepò»
Il prof. Maggi scava tra le colline: «Qui già gli antichi commerciavano il vino»






