È il 22 maggio 2024 e in località protetta - così si dice quando ci sono di mezzo i collaboratori di giustizia - Vincenzo Pasquino, pentito di 'ndrangheta, già broker internazionale di cocaina, viene sentito dalla Dda di Torino e dai carabinieri del Ros. Sta parlando da ore di carichi di droga mettendo in fila una decina di porti del sud America. Quantità, modalità di spedizione, di pagamento, parla per ore citando anche i nomi - omissati - dei «compratori» che sono poi cartelli di famiglie di 'ndrangheta di tutta Italia. La telefonata tra Nicola Assisi e la figlia Rita Siria A un certo punto, parlando della figlia del narcos Nicola Assisi, Rita Siria, originaria di San Giusto Canavese, e definendola «una malata di cose di crimine organizzato» racconta: «Mi ricordo che una volta tornato in Italia da uno dei miei primi viaggi in Brasile, ero anche io a casa di Francesca Assi a San Giusto ed ho assistito ad una conversazione». La chiamata tra il broker Nicola e la figlia avvenne «tramite telefono in VPN utilizzando programma Confide». Siria «chiedeva al papà di far saltare in aria la loro villa atteso che l'avvocato aveva espresso che oramai era confiscata e non vi era modo di recuperarla. Pertanto - continua Pasquino nel verbale di interrogatorio - proprio Siria disse «ma perché non la fai saltare per aria 'sta casa? Niente noi, niente nessuno!» intendendo che la casa era stata data ad una associazione e lei era assolutamente contraria». Pasquino colloca temporalmente questa telefonata nei primi mesi del 2018. La confisca della villa Assisi e l'attentato del 2018 Il bene era stato da poco confiscato. A marzo i componenti della famiglia Assisi erano stati costretti ad abbandonarla perché diventata ormai proprietà definitiva dello Stato in attesa di riassegnazione per utilità sociali. A maggio una fiaccolata a cui parteciparono Prefetto e vertici dell'Arma dei carabinieri annunciava che l'affidamento a un'associazione del terzo settore legata alla galassia dell'Antimafia era alle porte. La notte tra il 7 e l'8 giugno ignoti cercarono davvero di far saltare in aria la villa di Assisi. Che non esplose, ma - in parte - andò a fuoco e solo per un caso finì con danno ingenti ma non «letali». Due bombole erano state piazzate al piano terra e al primo piano dello stabile. Erano collegate da un filo elettrico che originava e terminava nelle spolette di entrambe. Senza adesso attribuire ad alcuno responsabilità dirette sul punto - non ci risultano contestazioni sollevate alla famiglia Assisi - va sottolineata per dovere di cronaca una stranissima coincidenza temporale, concettuale e fattuale. Il racconto del collaboratore di giustizia Secondo il collaboratore, il cui narrato non è smentito da alcuno finora, la figlia del boss chiede al padre di far saltare in aria la villa perché è stata confiscata dallo Stato («Niente a noi, niente a nessuno»), questo accade pochi mesi prima che qualcuno cerchi davvero di far esplodere la struttura. Con due bombole del gas collegate da un innesco difettoso solo per un errore di chi l'ha piazzato, dettaglio non trascurabile. Perché tutti a San Giusto Canavese ricordano la prima ufficiale occupazione del signor Nicola Assisi prima che si facesse «vento» scomparendo in Sud America e diventando uno dei maggiori contractor di cocaina a livello internazionale: aveva un negozio di bombole del gas. I dubbi sulla matrice dell'intimidazione Certo sarà tutta una congiunzione astrale di fatti. E certamente quell'attentato - sulla cui matrice mafiosa non ebbe dubbi nemmeno la procura della repubblica e che resta, ad oggi, il più grave atto intimidatorio al Nord contro un bene confiscato alle mafie - sarà stato fatto da altri. Con quale interesse non si sa. Glielo avrà chiesto qualcun altro.
La figlia del boss: “Fai saltare la villa confiscata”. E qualcuno piazza due bombole con l’innesco
Il collaboratore di giustizia Vincenzo Pasquino racconta della richiesta di Rita Siria Assisi al padre narcotrafficante Nicola per la casa di San Giusto







