di
Gaia Piccardi
Vent'anni fa la sfida mondiale tra gli azzurri e gli Stati Uniti, il battesimo di Beli: ««Il primo tiro lo sbaglio, il secondo va dentro. Da lì, cambia tutto»
Puzzava di aglio e promesse, quel giorno, Sapporo. «La città aveva un odore particolare, di cibo e umidità. Era la mia prima volta via da casa così lontano, non l’esordio in azzurro in assoluto però non era scontato che giocassi: Charlie Recalcati, che con coraggio mi aveva convocato, poteva lasciarmi in fondo alla panchina».
E invece il 23 agosto 2006, vent’anni fa, un mercoledì, Marco Belinelli da San Giovanni in Persiceto, giovane guardia della Fortitudo svezzata da Ettore Messina sulla sponda Virtus, gioca eccome. È titolare contro gli Usa di LeBron James, non ancora armadio a quattro ante, e di Carmelo Anthony, che insieme a Wade farà 61 punti, infilando undici canestri di fila. Sono necessari perché la compagnia dei celestini chiude il primo tempo a +9 sugli Usa inchiodati a 36, otto rimbalzi in più dei giganti. Nel cuore del quintetto di incursori lui, Belinelli già Beli ma non ancora unBELIevable, un tesoro personale di 25 punti, ogni tiro nel canestro, un rilascio palla da favola. In the zone, dicono gli americani. Ci credi nelle sliding doors, Marco? «Di brutto».








