di Ilaria Durigon e Sara Gandini

Alexandria Ocasio-Cortez ha condiviso nelle scorse settimane, dalla cucina di casa, alcuni reel per documentare le fasi del percorso di crioconservazione a cui si è sottoposta. Davanti alla telecamera, si è iniettata gli ormoni, ha esibito il gonfiore addominale causato dall’ingrossamento delle ovaie, aumentate “fino alle dimensioni di un’arancia”, ha descritto gli effetti collaterali, la stanchezza, con l’obiettivo di trasformare la propria esperienza personale in una battaglia politica per la “normalizzazione” di questa procedura medica, per togliere i corpi delle donne “dall’ombra” e per discutere di salute femminile, per rivendicarne, infine, l’accesso a costi sostenibili per tutte le donne.

Le parole di Ocasio-Cortez hanno ricevuto un largo consenso, con commenti di sostegno da parte di donne di destra e di sinistra. Anche in Italia la discussione che si sta aprendo sembra mettere d’accordo tutti nella convergente invocazione all’“autodeterminazione delle donne”, espressione che viene puntualmente strumentalizzata e usata allo scopo di occultare i condizionamenti sociali e economici.

Mentre una volta, quando vi era la necessità che le donne rimanessero in casa, il messaggio era “fate figli e rinunciate al lavoro”, il manifesto sembra oggi essere l’opposto, a partire dalle trasformazioni del mercato: l’indicazione è di anteporre il lavoro, rendersi autonome e poi, con una carriera avviata e uno stipendio sicuro, pensare ai figli. In entrambi i casi, resta inalterata la portata prescrittiva dei messaggi che spingono le donne ad allineare il proprio desiderio alle esigenze economiche della società.