La macchina si mise in moto e per poco non si inceppò subito. Trecentoquarantanove udienze in ventidue mesi, nei primi tempi due al giorno, mattina e pomeriggio, ogni giorno: solo per fare l’appello di quattrocentosettantacinque imputati e duecento difensori si bruciava una mattinata, finché il presidente, d’intesa con Grasso, non inventò un appello per difensori che dimezzò i tempi. I primi mesi furono una grandine di eccezioni procedurali: molti collegi di difesa, con una formula che avrei capito solo da avvocato, tentavano di difendersi dal processo più che nel processo. E sullo sfondo correva l’orologio più minaccioso di tutti: i termini della carcerazione preventiva, che se fossero scaduti avrebbero rimesso in libertà la cupola prima della sentenza. Era la strategia, nemmeno troppo nascosta: far durare, logorare, sfiancare. Aspettare che il processo morisse di vecchiaia, come tutti i processi di mafia prima di quello.
Io, adolescente, quel processo lo vivevo da una posizione irripetibile: dietro. Nell’aula non potevo entrare; qualche volta rubavo un frammento di udienza da una finestrella, ma il mio posto era il retro dell’aula bunker, dove la scorta mi portava ad aspettare che l’udienza finisse per tornare a casa insieme a mio padre. E lì, dietro le quinte del processo del secolo, conobbi gli uomini che lo reggevano: il direttore dell’aula bunker Mineo, persona speciale e buona; Peppino Ayala, che mio padre chiamava «sua altezza» — un metro e novanta contro il suo metro e poco più — al quale dovettero rifare su misura il letto degli appartamentini dei magistrati; Mimmo Signorino, l’altro pubblico ministero, gentile fino alla tenerezza: nella trasferta romana per ascoltare i ministri, vedendomi stremato dal viaggio, mi prese in braccio e mi portò a letto lui stesso: «Fai una bella dormita, domani si vola». Eravamo, in quel periodo, una piccola grande famiglia. Si tornava a casa cambiando ogni giorno itinerario, almeno nei primi tempi; poi anche il pericolo divenne abitudine, che del pericolo è la forma più insidiosa. Quei rientri erano la mia vera udienza: in macchina, tra un posto di blocco e l’altro, chiedevo a mio padre cosa fosse accaduto in aula, e lui — che in pubblico non concedeva una parola — con me ragionava, spiegava, qualche volta si lasciava sfuggire una stanchezza.






