Le architetture digitali che oggi decidono chi abbia diritto a un sussidio, a un salario o persino a un passaporto vengono spesso presentate come strumenti neutri, capaci di rendere più efficiente un sistema che altrimenti sarebbe lento e corruttibile. Dietro questa promessa, però, si celano meccanismi che possono escludere le persone più vulnerabili proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di essere adeguatamente riconosciute.

«La ricerca che conduco verte su come l'identità digitale, ossia la conversione della persona in dati biometrici e amministrativi, venga gestita nei programmi di sviluppo economico, spaziando dai sussidi alimentari all'accesso al credito», racconta Silvia Masiero, professoressa ordinaria in Information Systems all'università di Oslo, in Norvegia. «In particolare, cerco di stabilire chi definisce i criteri con cui un sistema algoritmico riconosce a una persona il diritto a un bene essenziale, e a chi spetta risponderne quando una decisione si rivela errata».

Cresciuta in Lombardia, Masiero si è laureata a Milano all’università Bocconi in Economia dei mercati internazionali e delle nuove tecnologie, per poi completare un master in Development Management e un dottorato in Information Systems, entrambi alla London School of Economics. Dopo un periodo come assistant professor all'università di Loughborough, sempre nel Regno Unito, è arrivata a Oslo nel 2020 come professoressa associata, ottenendo rapidamente la cattedra da ordinaria (pochi mesi fa), a soli 39 anni. Il suo contributo accademico più conosciuto nasce dallo studio di Aadhaar, il più grande sistema di identità biometrica al mondo, introdotto in India per collegare l'identità delle persone a un'ampia gamma di servizi pubblici, incluso il Public Distribution System che garantisce beni di prima necessità come riso, grano e zucchero a prezzi fortemente sussidiati per le famiglie in povertà.