«AMURE, amure, chi de mia vita sì patrune». Se bisogna cominciare, tanto vale farlo come avrebbe fatto lui. Irriverente, sfrontato, allergico alle convenzioni. Duonnu Pantu torna ad Aprigliano il 21 e 22 agosto, almeno nella forma che più gli si addice: quella di un Festival che usa poesia, arte, cinema, corpi e parole per mettere in discussione le regole.

Figura realmente esistita e insieme avvolta da una biografia che nei secoli ha assunto quasi i contorni del mito – fino all’ipotesi che dietro quel nome potessero celarsi più autori – il presule boccaccesco della poesia dialettale calabrese del Seicento presta ancora una volta il suo spirito alla manifestazione, giunta alla seconda edizione e finanziata con i fondi Poc Calabria 2014/2020, Azione 6.8.3.

Il titolo scelto quest’anno chiarisce immediatamente da che parte si vuole stare: “I poeti ribelli del ’600”. Ma il Seicento è soltanto il punto di partenza. L’idea è cercare nel contemporaneo la stessa libertà con cui Duonnu Pantu maneggiava dialetto, satira ed erotismo. È anche un’edizione inevitabilmente diversa.

La direzione artistica porta il nome di Francesca Marchese, scomparsa lo scorso 19 marzo. Il Festival non ne farà però una commemorazione: programma, identità e costruzione sono quelli che Marchese aveva immaginato. La sua presenza resterà dunque dentro le cose, nel modo probabilmente più coerente con il progetto. E sarà proprio l’arte a renderla visibile. C’era, nella sua idea, anche una precisa dimensione civile. Attraverso attività inclusive e rivolte a ogni fascia d’età, il progetto si proponeva di affrontare attraverso l’arte «la tematica dell’eros, tanto delicata quanto fondamentale per il corretto sviluppo di una società civile rispettosa e responsabile e soprattutto libera». Una società che Francesca Marchese immaginava «felice delle proprie differenze, capace di prendersi cura del proprio spazio di vita (il Pianeta) e capace di vivere in pace».