Per decenni un atto processuale ha avuto una funzione precisa: essere letto da persone. Magistrati, avvocati, consulenti tecnici e cancellieri ne interpretano i contenuti, ne pesano gli argomenti, ne ricostruiscono il valore probatorio. I sistemi informatici si sono limitati, fino a oggi, a conservarlo, trasmetterlo, archiviarlo.Il caso che ha dato origine a questa riflessione arriva dal Brasile, da un processo del lavoro in cui due avvocati avevano inserito, all’interno di un atto, una frase invisibile all’occhio distratto ma perfettamente leggibile da un sistema automatico, che chiedeva esplicitamente all’intelligenza artificiale di contestare la petizione in modo superficiale senza impugnare i documenti. Il giudice non ha impiegato settimane per accorgersene: ha individuato il testo con strumenti informatici nel corso della normale analisi del fascicolo, sanzionando entrambi i legali e trasmettendo gli atti all’ordine professionale competente per i profili disciplinari.Il dato più interessante, però, non è la sanzione in sé. È che il tribunale non ha dovuto dimostrare che l’AI fosse stata effettivamente influenzata né che il tentativo avesse prodotto conseguenze concrete: è bastato che il deposito di un atto con istruzioni occulte violasse i principi di correttezza e buona fede processuale. Non serve che l’inganno funzioni. Basta che sia stato scritto, e depositato.Indice degli argomenti