di
Ruggiero Corcella
Lo studio guidato da Paola Arlotta ad Harvard mostra che i modelli della corteccia continuano a maturare in laboratorio e conservano una sorta di orologio interno. La ricercatrice italiana Irene Faravelli: «Potrebbero avvicinarci allo studio delle malattie che esordiscono più avanti nella vita»
Il cervello umano ha una caratteristica difficile da riprodurre in laboratorio: ha bisogno di moltissimo tempo. Il suo sviluppo e la sua maturazione si estendono per quasi due decenni, mentre molti dei modelli sperimentali disponibili consentono di osservare soprattutto le fasi più precoci. Un gruppo guidato dall'italiana Paola Arlotta, neuroscienziata dello sviluppo di Harvard, ha provato ad allungare radicalmente questa finestra. Il risultato, pubblicato su Nature, sono organoidi della corteccia cerebrale umana mantenuti in coltura per oltre cinque anni. Un'altra italiana, Irene Faravelli, e Noelia Antón-Bolaños figurano come prime autrici e hanno contribuito in egual misura allo studio; Faravelli, dopo l'esperienza ad Harvard, è rientrata in Italia grazie a un finanziamento del Fondo italiano per la scienza e lavora all'Università degli Studi di Milano. Non si tratta semplicemente di cellule rimaste vive molto a lungo. Gli organoidi hanno continuato a trasformarsi. «Non è solo una questione di sopravvivenza», spiega Faravelli. «Lo vediamo soprattutto da un punto di vista molecolare: utilizzano per maturare gli stessi programmi genetici utilizzati dal tessuto cerebrale umano in vivo». È proprio questo il cuore della scoperta: verificare se un modello cresciuto fuori dall'organismo sia comunque capace di rispettare, almeno per alcuni processi, il ritmo straordinariamente lento dello sviluppo della nostra specie.








