Quando il sindaco del suo paese, Ulàssai, nell’entroterra sardo dell’Ogliastra, le chiese di pensare a un monumento da dedicare ai caduti delle guerre del ‘900, Maria Lai (1919-2013) rispose d’essere disposta a fare qualcosa per Ulàssai, ma pensando ai vivi, non ai morti. L’opera di “arte relazionale” più originale e conosciuta d’Italia nacque così, con un mezzo no che diveniva uno spericolato sì, messo in atto collettivamente – perché si trattò di un’installazione corale – l’8 settembre 1981. La storia è nota. Le case e gli altri edifici del paese furono legati uno all’altro da un lunghissimo nastro celeste di tela di jeans – 27 chilometri – impegnando tutti o quasi tutti gli abitanti nella preparazione e nella messa in pratica del progetto, denominato “Legarsi alla montagna”.

Non fu un’impresa facile, perché fra molte famiglie del paese non correva buon sangue e perché piaceva poco, all’inizio, l’idea stessa dell’artista, ormai famosa nel suo campo, ma portatrice di una visione dell’arte non semplice da capire. "Tanti avevano paura di apparire ridicoli, ma soprattutto trovai un paese pieno di conflitti, in ogni casa c’era un rancore", dirà poi Maria Lai, che aveva bisogno del coinvolgimento di tutti per attuare il suo progetto. Furono organizzati molti incontri preparatori, la stessa Lai girò di casa in casa e come spesso avviene quando le persone si mettono in cerchio a discutere fra loro, fu trovata un soluzione per superare diffidenze e antipatie: il nastro sarebbe stato teso, da una casa all’altra, se le famiglie unite avessero dei rancori ancora attivi; un nodo avrebbe segnalato una possibilità di pace; un fiocco sarebbe stato segno di amicizia; un piccolo pane delle feste (“su coccoi“) appeso al nastro avrebbe indicato addirittura amore fra le famiglie coinvolte.