Uno dopo l’altro, ogni giorno un Paese diverso dell’Unione europea sta annunciando che manderà indietro i migranti che tocca all’Italia gestire. L’effetto è come di un accerchiamento, tanto da far venire il dubbio che esista una regia a coordinare gli annunci, oppure, come dicono i partiti di opposizione, che si tratti di una ritorsione, «un effetto boomerang», per la scelta di sospendere il trattato di Schengen con la Spagna, dopo l’esodo dei migranti su Ceuta, l’exclave di Madrid in Marocco, a fine luglio. Dopo Germania, Svizzera (Paese non Ue, ma che aderisce alle regole europee di libera circolazione) e Austria, ieri è toccato a Svezia e Finlandia: anche loro rispediranno in Italia i cosiddetti “dublinanti”, i richiedenti asilo che avevano fatto domanda in Italia prima di spostarsi in un altro Paese dell’Ue. Mentre Francia e Spagna, gli Stati politicamente più distanti da Giorgia Meloni, quelli con cui il governo ha più volte strappato, hanno detto che non si accoderanno ai partner e non procederanno con i rientri forzati. Un annuncio che nell’esecutivo hanno accolto con poca sorpresa. Con Parigi esistono accordi sulla gestione dei confini e dei trasferimenti, mentre la decisione di Madrid agli occhi della destra italiana appare dettata dalla volontà di mostrare la distanza ideologica dai sovranisti europei. Così come viene considerato legittimo che governi di centrodestra –Svezia, Finlandia e Austria – si coprano con il proprio elettorato su questo tema. È una faccenda che si gioca molto su un piano mediatico e che rende una materia complessa carne da cannone della propaganda politica. Questa volta, però, con la destra costretta a difendersi. E a provare a spiegare, di tecnicismo in tecnicismo, cosa è successo sui “dublinanti” dal 12 giugno in poi – il giorno in cui è entrato in vigore il nuovo Patto su asilo e migrazione – e perché tutto quello che sta avvenendo, secondo Giorgia Meloni, «era previsto». Così dopo giorni di assoluto silenzio, o quasi, la premier e i suoi ministri hanno attivato contromisure per raddrizzare una narrazione, sull’immigrazione, che rischia di sfuggire di mano, a tutto vantaggio della sinistra o, a destra, di Roberto Vannacci. Tocca a Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia all’Europarlamento, dopo un confronto con la presidente del Consiglio, spiegare il punto di vista del governo. «La campagna della sinistra è penosa. Non esiste alcun legame tra la sospensione di Schengen per i fatti di Ceuta e la legittima scelta di alcuni Paesi europei di riattivare i ricollocamenti dei dublinanti. Questo meccanismo è previsto dal vecchio regolamento di Dublino, che non si applica più dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto, dal 12 giugno scorso». Il Trattato di Dublino prevede che il Paese dei movimenti secondari, mettiamo la Finlandia, deve dimostrare che l’Italia sia il Paese di primo ingresso (e non, per esempio, Cipro, o Malta, per restare sulla frontiera del Mediterraneo) e provare anche che il passaggio illegale tra i confini Ue sia avvenuto nell’arco dell’anno precedente a quando si è attivata la procedura per farlo rientrare. Restando a ieri, spiega Fidanza, «riguarda un numero esiguo di casi intercorsi tra l’agosto 2025 e l’11 giugno 2026 (il giorno prima del nuovo Patto, ndr)». E sono casi, «che andranno in ogni caso vagliati con attenzione uno ad uno, per appurare i requisiti e la competenza sulla richiesta di asilo», e se si tratti di arrivi antecedenti o successivi al 12 giugno. L’Italia può attivare una procedura, che dura sei mesi, per le controverifiche. Sui “dublinanti”, e sul rischio di un effetto valanga, con il paradosso di vedersi arrivare charter pieni di migranti, Meloni scommette tutto sulle nuove regole. Soprattutto su due punti: le procedure accelerate di frontiera per i rimpatri rapidi e le norme sui Paesi terzi sicuri che diventerebbero responsabili delle domande di asilo dei migranti transitati da lì. Sono meccanismi al momento da verificare e legati a realtà, come Tunisia o Egitto, che hanno una storia di violazione dei diritti dei migranti. Come precisano fonti del ministero dell’Interno guidato da Matteo Piantedosi, il nuovo Patto prevede meccanismi di “solidarietà obbligatoria” verso i Paesi di primo ingresso: uno Stato potrà scegliere se fornire contributi finanziari, se ricollocare i migranti sul proprio territorio, o farsi carico dell’esame di domande di asilo per le quali non sarebbe competente. C’è infine un’ultima eventualità: che molti “dublinanti”– è il caso della ragazza somala al centro delle tensioni con la Germania – non vogliano restare in Italia e possano rientrare nei Paesi d’origine.