Telefonate a vuoto, porte sbarrate in reparto e l’incubo di non sapere che fine avessero fatto i propri embrioni. Un’odissea andata avanti per due, interminabili anni. Poi la svolta improvvisa, arrivata solo grazie all’affondo a colpi di pec degli avvocati. È la storia di una coppia - la quinta, in pochi giorni, che ha deciso di abbattere il muro del silenzio - precipitata nell’inferno burocratico e giudiziario del centro di Procreazione medicalmente assistita del San Paolo di Fuorigrotta. A differenza delle altre famiglie ancora bloccate nell’impasse, loro sono riusciti a strappare un primo punto fermo. Sanno dove è conservato il loro materiale biologico: «In seguito alla sospensione delle attività del centro, è stato provvisoriamente trasferito, il 17 settembre 2025, nel presidio ospedaliero Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli», firmato il direttore sanitario dell’Asl Napoli 1 Maria Corvino e il direttore generale Gaetano Gubitosa.

Incubo senza fine L’odissea comincia il 24 giugno 2024. La donna si sottopone al pick-up ovocitario nel presidio di via Terracina per inseguire il sogno della maternità. Il prelievo va a buon fine, ma subito cala il buio. Dal reparto non arriva più alcuna comunicazione per il prosieguo dell’iter clinico. Preoccupata, la donna e il marito decidono di andare in ospedale per chiedere spiegazioni. È lì che scopre l’incredibile: il centro Pma è stato chiuso - solo apparentemente - senza un perché. Nessun avviso, nessun recapito alternativo fornito, nessuna rassicurazione sulla sorte del materiale biologico prelevato poche settimane prima. Mentre il caso del San Paolo esplode tra l’inchiesta della Procura coordinata dal sostituto Stella Castaldo e dall’aggiunto Antonio Ricci, i controlli dei carabinieri del Nas e l’angoscia delle coppie, la trentasettenne e il coniuge si affidano agli avvocati Alessandro Orciuoli, Lia Colizzi e Giuseppe Scarfato per avere chiarezza. Il pool difensivo invia una prima diffida all’Asl Napoli 1 Centro. La macchina burocratica si mette in moto e nella risposta firmata dai manager Corvino e Gubitosa, l’azienda sanitaria ammette il trasferimento cautelativo, avvenuto a settembre 2025, del materiale biologico. Un’informazione che da un lato rassicura sulla conservazione, ma dall’altro fa esplodere l’amarezza per un’informazione data con due anni di ritardo.Napoli, bimba con embrione congelato: «Adesso sono quattro le coppie coinvolte»I legali, a marzo scorso, hanno poi notificato un ulteriore atto di formale costituzione in mora contro l’Asl: «Risulta evidente - scrivono - la violazione delle più elementari regole in materia di consenso informato, con lo smistamento in diverso presidio senza alcuna preventiva informativa». Viene quindi reiterata la richiesta di consegna dei certificati di crioconservazione. In caso contrario, la battaglia per il risarcimento si sposterà direttamente nelle aule giudiziarie. Quella pec, però, è rimasta lettera morta. Caso in Parlamento Sullo sfondo, la vicenda simbolo dello scandalo. Quella della prima coppia finita nel baratro dell’incubo genitoriale, assistita dall’avvocato Francesco Petruzzi. Lui 41 anni, lei 36, dopo un percorso di Pma al San Paolo avevano coronato il sogno con la nascita di una bambina nel giugno 2025. Poi, l’atroce scoperta: i dubbi legati al gruppo sanguigno della neonata e la successiva perizia del Dna che ha confermato il dramma: la piccola non ha alcun legame genetico con i genitori che l’hanno messa al mondo. Sul caso, dopo il duro intervento del deputato di Avs Francesco Emilio Borrelli, si pronuncia anche la capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera e vicepresidente della commissione Affari sociali, Luana Zanella, che annuncia un’interrogazione parlamentare al ministro della Salute: «Servono procedure rigorose, presidi sanitari idonei e tecnologie avanzate per ridurre al minimo l’errore umano. Prepararsi all’impianto dell’embrione non è una passeggiata e, se c’è stato un errore di tale gravità, occorre indagare a fondo», spiega. Poi l’affondo contro le presunte falle nei controlli a livello nazionale: «Interrogherò il governo per sapere cosa intende fare per contribuire all’indagine e per dare conto di quanto accaduto. Ci sono dei diritti lesi, vogliamo coinvolgere il ministero affinché disponga un monitoraggio nazionale su tutte le strutture Pma. Serve uno sforzo, altrimenti rischiamo di trasformare la sanità nel far west». L’appuntamento per i primi chiarimenti istituzionali è fissato a inizio settembre.