di

Ruggiero Corcella

I risultati di uno studio su The Lancet Regional Health – Europe, coordinato dall’Università della Campania «Luigi Vanvitelli», su tessuti da autopsie effettuate nel 1991 e 33 anni dopo. Come gli stessi autori sottolineano, non è la dimostrazione di un rapporto di causa-effetto con infiammazione e fibrosi

Le microplastiche non sono più soltanto un contaminante dell’ambiente. Negli ultimi anni sono state individuate in diversi organi e tessuti umani, tra cui sangue, polmoni, placenta, cervello, fegato e placche aterosclerotiche. Resta però da chiarire quale significato abbia questa presenza per la salute e se e in quali condizioni le particelle possano contribuire allo sviluppo di malattie. È in questo scenario che si inserisce uno studio pubblicato su The Lancet Regional Health – Europe. Da Napoli e Caserta (Università della Campania «Luigi Vanvitelli»; ASL Napoli 2 Nord e ASL Caserta) a Milano (IRCCS MultiMedica e Università Statale), Ancona (Università Politecnica delle Marche e IRCCS INRCA), Roma (AOU Sant’Andrea e UniCamillus), fino a Boston (Global Observatory on Planetary Health, Boston College) e al Principato di Monaco (Centre Scientifique de Monaco,): un ampio gruppo di ricerca ha messo a confronto la presenza di microplastiche nei polmoni umani, tessuti polmonari ottenuti durante autopsie eseguite nel 1991 e nel 2024 presso lo stesso centro, l’Università della Campania «Luigi Vanvitelli». Sono stati analizzati 99 casi: 42 del 1991 e 57 del 2024.