Dal 4 al 7 marzo del 2025, a New York, la Commissione statistica delle Nazioni Unite ha approvato il nuovo Sistema dei conti nazionali: la grammatica con cui ogni Paese calcola il proprio prodotto, il proprio deficit e la propria ricchezza. Tra le novità, una casella diversa dalle altre. I dati e le banche dati diventano attivo patrimoniale, accanto al software e alla ricerca e sviluppo. La formazione delle persone no. Il denaro speso per istruire un ventenne, riqualificare un cinquantenne, trasmettere un mestiere resta quello che era: spesa corrente. Consumo. Una cosa che esce e non torna. Qualche conto separato prova a misurarlo, ma quei numeri non entrano nel prodotto interno lordo e nessuno li guarda mentre si scrive una legge di bilancio.
Non è una disputa classificatoria. È il punto in cui una convenzione statistica diventa una gerarchia politica: ciò che chiami investimento entra nel patrimonio, ciò che chiami spesa deve giustificarsi ogni anno. E chi passa la vita a leggere bilanci sa che non esiste decisione più politica della classificazione di una voce.
Su queste pagine, l’altro ieri, Danilo Broggi ha recensito “Magnificamente umani” di Jamie Metzl e ha chiuso riprendendo una formula ormai celebre: tecnologie divine, istituzioni medievali, emozioni paleolitiche. Le tecnologie corrono da sole. Le emozioni non si riformano per decreto. Restano le istituzioni, l’unica delle tre cose su cui un legislatore possa davvero intervenire. Nella nostra architettura istituzionale manca una funzione, e per nominarla basta una parola: committente.






