Maria D’Alessandro è stata la prima. Suo marito, Faustino Cardillo, l’ha pugnalata al collo, poi ha usato l’arma contro di sé. Quando i carabinieri sono arrivati nella loro villetta a Sant’Angelo a Cupolo, in provincia di Benevento, ha ammesso tutto: era «preoccupato per i soldi» e la moglie gli «metteva ansia» ha detto. Lui, l’hanno operato e salvato. E il suo avvocato è riuscito a far derubricare l’ipotesi di reato da femminicidio a omicidio. Per Elisa Ercoli, di Differenza Donna, tuttavia, quello della 76enne «resta un femminicidio - dice - perché il pretesto conta poco, se a valle c’è un’escalation che culmina con una donna uccisa per le dinamiche di potere che un uomo violento esercita su di lei, per esempio, perché ha preso una semplice decisione». La sua associazione ha contato 6 delitti di questo tipo da Ferragosto a oggi. Più di una ogni 24 ore, contro una media 2026 che, rispetto agli anni precedenti, era stata inferiore. Lo aveva annunciato il ministero dell’Interno, proprio nel giorno in cui è incominciata la scia di sangue che ha ribaltato le statistiche. Fino ad allora, le donne vittima di omicidio erano state 26, mentre quelle rientrate nel nuovo reato 577 bis, introdotto appunto per punire un delitto commesso con il movente della violenza di genere, erano 8. Oggi, sono già 14. Con due tragedie sfiorate: ieri pomeriggio un uomo di 45 anni si è lanciato con l’auto nel porto di Cattolica con la moglie seduta accanto e mentre alcuni passanti soccorrevano la donna, è riuscito a fuggire. E nell’Imperiese una donna è stata soccorsa dopo che il compagno l’aveva aggredita con una spranga e ferita a una mano con una pistola ad aria compressa. Lui, in fuga, è stato poi arrestato. «Questa catena è il risultato più scontato di un’inerzia totale da parte del governo - prosegue Ercoli - c’è bisogno di formazione a tutto tondo. Nella società e nelle istituzioni: servizi sociali, forze dell’ordine e magistratura. Poi, c’è il problema del personale insufficiente. Gli organici non bastano a elaborare i fascicoli che rientrano nel codice rosso, casi che sarebbero molti di più se lo strumento fosse applicato per esempio anche quando si denunciano i maltrattamenti o lo stalking». Si tratta del contesto in cui è morta Tania Terrin, la seconda di questo agosto nero. Aveva sporto denuncia, ma il suo assassino è stato solo ammonito dal questore. Sua madre, Mariella Forner, lo ha raccontato pubblicamente, protestando con gli occhi gonfi e la voce rotta. Dino Keber, l’assassino, prima delle segnalazioni sporte dalla 39enne di Camponogara (Venezia), era stato denunciato altre volte, da diverse ex compagne. Una di loro si è sfogata: «Era un manipolatore. Anche a me mostrava un cappio, minacciando che si sarebbe ammazzato, come faceva con Tania. La sua morte si doveva evitare e io non faccio che pensare a lei. Ma per me, questa è la fine di un incubo». Anche i familiari di Keber hanno parlato con rabbia, per la passività delle istituzioni di fronte ai suoi problemi psichici. «Siate pronte a lasciare tutto e nascondervi - ribadisce con rabbia e dolore la madre di Tania - Nessuno vi può salvare, nessuno ci è riuscito. Le donne continuano a morire, fate qualcosa, non è giusto che le donne si debbano nascondere». L’autopsia è programmata per domani, mentre il ministero della Giustizia, ha annunciato il sottosegretario Alberto Balboni, valuterà l’invio di ispettori in procura a Venezia. «Il femminicidio di Tania Terrin è una sconfitta per lo Stato» ha spiegato Balboni, precisando: «Nessuna condanna preventiva, ma nemmeno sottovalutazione di quello che è accaduto. La procedura di codice rosso è stringente, c’è l’obbligo di sentire la persona offesa in meno di 48 ore, valutare la situazione e la pericolosità della minaccia - puntualizza -. Bisogna capire se è stato fatto tutto il possibile e se sono state rispettate le procedure di legge. Non voglio trarre conclusioni ma è doveroso in casi come questo fare tutte le verifiche necessarie». Come Tania Terrin, nel pomeriggio di Ferragosto è morta anche Ornella Forastefano, scaricata esanime davanti al Pronto soccorso di Trebisacce, a Cosenza. Il suo cognome ha pesato sulle prime indagini: era figlia, sorella e nipote di boss condannati per ’ndrangheta. A massacrarla di botte, però, non è stato un sicario, ma l’ex compagno, Elvis Metvelaj, sorpreso a Bari mentre tentava di imbarcarsi per l’Albania. Lei gestiva un bar insieme ai due figli, aveva 46 anni, era incensurata e ancora viva quando è stata soccorsa. Michela Rubiu invece ha resistito in rianimazione per 25 giorni, il suo cuore ha ceduto il 17 agosto. Il marito, Alessandro Pintus, si è presentato alla caserma dei carabinieri di Solanas, Cagliari, la mattina del 23 luglio, ammettendo che all’alba aveva sparato a lei e al fratello, senza spiegare perché. Poi, Johana Rouissi. Cinque figli dai 30 a i 9 anni che, come i vicini della loro piccola casa a Colleferro, a Roma, hanno assistito e sopportato a lungo le violenze a cui il marito Mohamed la sottoponeva. Non c’è mai stata denuncia né segnalazione e, anche in questo caso, l’arma è un coltello, usato sulla donna davanti al figlio più piccolo. Infine, Carmela Bifano, 72 anni. Nel suo agrumeto di Corigliano Rossano, a Cosenza, è stata presa a pietrate e uccisa. Il marito, Pietro Scintu, ha retto la parte per molte ore durante l’interrogatorio: è stato lui a chiamare i soccorsi facendo trovare la moglie con profonde ferite alla testa. Quando ha confessato ed è stato fermato, le vittime di femmincidio sono diventate sei in soli cinque giorni
Sei donne uccise in 5 giorni. Nordio invia gli ispettori per il delitto di Tania Terrin
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