Avremmo dovuto capire tutto dall’inizio, noi e lui. Noi, quando si presentò a Wimbledon all’età di 19 anni con una wild card, cancellò nove match point a Richard Gasquet, e al debutto sul Campo Centrale fece fuori agli ottavi Rafa Nadal. Non voleva passare inosservato. Lui, quando tornò a Canberra e trovò centinaia di persone appostate sotto casa, con settanta giornalisti che non si mossero di là per quattro giorni, peraltro rovinando la sua propensione a organizzare un pigiama party dietro l’altro. Fu quello il momento in cui il giovane Nick divenne Kyrgios, e imparò che il tennis non avrebbe fatto prigionieri.

Kyrgios, una vita palco e realtà

Da quella volta fino a ieri, fino alla sospensione per tracce di un metabolita della cocaina in un controllo di giugno a Maiorca, la sua vita è stata un totale andirivieni tra palco e realtà, i gesti bianchi e i giorni neri, i colpi sotto le gambe e le parole sopra le righe. Ha battuto Nadal altre due volte, Federer a Madrid e ha più vinto che perso con Djokovic (2-1). Non ce ne sono molti come lui — o forse bisognerà già cominciare a parlarne al passato — uno calato con colpi antichi e dimenticati dentro questo tennis contemporaneo così uguale a sé stesso, ma terribilmente confuso sui confini dello show. Non gli avevano spiegato che amiamo i bad boys quando sono diventati dei ricordi. Cerchiamo Nastase su YouTube, rimpiangiamo Connors nei racconti, li tramandiamo come personaggi che spiccano sulla monotonia presente. I ragazzacci lontani fanno folklore, in mezzo a noi sono un ingombro.