«Non puoi salvare tutti - Posso provare». È una battuta clou del film “Spider-Man: Brand New Day”, ma a pronunciarla non è il protagonista Tom Holland, bensì la sua carismatica neosposa, e di fatto coprotagonista, Zendaya.Nel nuovo film da record, che ha già superato al botteghino gli incassi da capogiro di “Avengers: Endgame”, la carismatica Mary Jane, grande amore dell’Uomo Ragno, finisce per rubargli più volte la scena. Battute che restano impresse, un bacio leggendario al tramonto, un inaspettato momento da villain (perché manipolata telepaticamente) e a un certo punto gli dà persino il benservito. Non basta essere un supereroe per conquistare la star più amata dalle nuove generazioni, il messaggio arriva forte e chiaro. Nata e cresciuta a Oakland, attenta ai diritti civili e paladina delle ragazze libere, anticonformiste e capaci di dettare stile con il loro carattere, la it-girl Zendaya oggi vanta più fan di suo marito, di cui non fa che tessere le lodi: «Siamo cresciuti entrambi con la saga di Spider-Man, nei primi capitoli eravamo dei ragazzini, ci divertivamo già molto, ma oggi è entusiasmante vedere Tom partecipare attivamente alla creazione del personaggio e metterci dentro tutto quel cuore e quell’energia in modo così consapevole».Il fenomeno Zendaya parte da molto lontano, come la maggior parte delle baby star hollywoodiane – da Miley Cyrus a Selena Gomez, da Ryan Gosling a Emma Stone – affonda le radici nei riflettori di Disney Channel (ha esordito nella serie televisiva americana “A tutto ritmo”, firmata da Chris Thompson), per poi puntare sull’emancipazione dalla figura della brava ragazza attraverso progetti da “bad girl”. Come la serie di successo “Euphoria” e il film firmato da Luca Guadagnino “Challengers”. Nella prima interpreta una ragazza tossicodipendente e complicata, Roby “Rue” Bennett, che le è valsa ben due premi Emmy come migliore protagonista in una serie drammatica, battendo il record di più giovane attrice di sempre ad aggiudicarsi il riconoscimento. Nel secondo, invece, veste i panni di una ex campionessa del tennis al centro di un triangolo erotico-sentimentale-agonistico, ruolo per cui si è allenata per mesi con l’ex tennista professionista Brad Gilbert.Due progetti centrali per la sua carriera, che hanno mostrato al pubblico l’attrice da un’altra prospettiva, dandole modo di esplorare una gamma emotiva più complessa e frastagliata, e anche scendere negli abissi delle tonalità più oscure. Il tutto sempre accompagnata non da illustri sconosciuti, ma dagli attori più richiesti del mondo: è diventata la promessa sposa (dal segreto inconfessabile, che emerge a pochi giorni dal matrimonio) di Robert Pattinson in “The Drama” e prima ancora la guerriera ribelle “fremen” di “Dune” con un altro simbolo di successo globale, Timothèe Chalamet. Adesso interpreta persino la saggia dea Atena che accompagna e ossessiona Ulisse/Matt Damon nell'altro film-fenomeno del momento, l’epico kolossal campione di incassi “Odissea” firmato da Christopher Nolan.Un regista, quest’ultimo, con cui Zendaya sognava da sempre di lavorare, essendo rimasta stregata da “Interstellar”, visto a diciassette anni: «Uscii dal cinema e iniziai a pormi domande sul senso della vita. Lì capii di aver visto un grandissimo film», ha commentato a proposito di quella epopea spaziale.Suo marito Tom Holland era stato scelto prima di lei, nei panni di Telemaco, e ci ha tenuto a passarle lui stesso il copione in mano dicendole: «Ora rileggilo pensando ad Atena». La sua Atena – unica dea visibile nella rilettura discussa e discutibile nolaniana – somiglia moltissimo, per look e per espressioni, alla sua guerriera Chani del film “Dune”, e non è neanche un ruolo di ampio respiro (meme e battute al riguardo sui social si moltiplicano), tuttavia diventa centrale e cruciale in una scena profondamente politica del film. Durante la distruzione di Troia viene devastato il tempio di Atena e decapitata la sua statua, una decapitazione potentemente metaforica che dal marmo si fa realtà, con l’uccisione di una giovane donna (interpretata sempre da Zendaya). A significare che la guerra profana il sacro e l’umano, sacrifica gli innocenti e porta soltanto a morte e devastazione. Forse più che Atena è proprio l'immagine della vittima decapitata a tornare sempre in mente a Ulisse come allucinazione, dovuta al lacerante senso di colpa che lo divora e che visivamente esplode nella scena del canto delle sirene.Icona fashion in grado come poche di dominare un tappeto rosso senza lasciarsi governare a sua volta da flash e dettami del momento, eroina dell’empatia e dell’inclusione, per sua stessa ammissione determinata a «essere una fonte di ispirazione positiva per tutti i giovani che mi guardano e mio malgrado mi prendono a modello», Zendaya non è diventata una stella del cinema per caso. C’è dietro la costruzione attenta di un personaggio femminile nuovo, al passo con i nuovi valori e le nuove sensibilità. Una ragazza latina fiera di esserlo, portatrice sana dell’orgoglio di essere differente da tutte e tutti, con la battuta brillante sempre pronta, un’incredibile gestione del jet leg, un’ironia educata e il giusto magnetismo per non lasciarsi oscurare da nessuno, meno che mai dai colleghi maschi e famosi. Capace come pochi altri di non deludere le altissime aspettative puntualmente riversate su di lei, a dicembre la diva di Oakland tornerà al cinema in “Dune: Parte tre”, capitolo conclusivo firmato Denis Villeneuve, che suggellerà quella che si configura come l’annata più intensa per Zendaya: per visibilità, reputazione e impegni.