Due volte al mese Thomas, dipendente di uno dei principali gruppi aeronautici europei, sale su un aereo e va dove vuole. Un po’ in Europa, spesso in Asia o nelle Americhe. Con il lavoro da remoto la distanza diventa irrilevante. L’unico vero ostacolo è il fuso orario, e nei periodi di alta stagione la disponibilità dei posti. Poco male: può cambiare destinazione anche mentre è già in aeroporto, senza pagare penali. «L’importante è non passare da un clima caldo a uno freddo o viceversa, perché non c’è tempo di tornare a rifare la valigia», racconta al Corriere.Thomas vola quasi sempre in Business, a volte in Prima. Pagando pochissimo. Il suo ultimo viaggio a Singapore è costato circa 120 euro, andata e ritorno, di cui oltre 70,54 di sole tasse aeroportuali — a fronte di un biglietto commerciale che per quella rotta arriva a 10.123 euro. Come dipendente di una compagnia aerea, Thomas gode di uno dei benefit più apprezzati — e meno discussi pubblicamente — del settore: voli a prezzi stracciati, prenotazioni flessibili fino all’ultimo minuto, upgrade gratuiti, tariffe agevolate negli hotel partner e sconti significativi per familiari e amici, tutto l’anno.Benvenuti nel mondo dei passeggeri «non-rev», cioè «non revenue», dai quali la compagnia di fatto non guadagna. «Certo, non si accumulano miglia per i programmi fedeltà e non c’è accesso alle lounge, ma sono limitazioni che si accettano volentieri», dice, mentre aspetta di imbarcarsi per New York, l’ennesima volta quest’anno, per il fine settimana. Qualche minuto prima del gate prepara già il viaggio successivo: si collega al portale riservato ai dipendenti, inserisce le credenziali, controlla la disponibilità sui voli del proprio gruppo e sulle compagnie partner, acquista in pochi clic. Una mail di conferma gli ricorda che ha scelto l’opzione «standby».