Vive in Giappone da oltre vent’anni, ma l’italiano lo abita e sceglie ogni giorno. Laura Imai Messina, 44 anni, scrittrice, studiosa di letteratura, docente e autrice da ultimo di Le parole della pioggia (Einaudi), oggi e domani sarà a Lucignana, ospite del festival Little Lucy alla Libreria Sopra la Penna con un laboratorio sulle “patologie inventate” dalla letteratura. Da Tokyo al piccolo borgo della Garfagnana per parlare di letteratura e delle soglie che la scrittura sa attraversare e ridisegnare.
Laura Imai Messina, partiamo dalla lingua. La sua vita giapponese non rischia di trasformare l’italiano in una lingua “sotto vetro”? "Per me l’italiano è un luogo. Mi immergo nella lingua come fosse una stanza, quai tutta per me, abitata da voci amiche, radio, audiolibri, letture. È una scelta consapevole, non qualcosa che passivamente mi trascino dietro: un esercizio di cura. Una lingua non è mai una volta per tutte. Continuo a scegliere quotidianamente l’italiano e, scegliendolo, lo curo. Sta qui il discrimine tra ciò che funziona e ciò che non funziona, nelle relazioni e nelle scelte linguistiche".
La perdita nelle sue storie non si “supera”. Come evita il patetico e il consolatorio? "Per raccontare grandi sentimenti servono poche parole e più immagini. Talvolta vedere è più importante che spiegare. Le grandi cose bisogna tagliarle in piccole cose, come una grande torta mangiata a piccolissimi morsi. La cultura giapponese mi ha insegnato a dire ma non dire troppo. Credo nelle parole, ma ho imparato anche a diffidarne. La cultura italiana tende ad abbondare, quella giapponese sottrae. Vale anche in amore: è raro dire “ti amo”, perché si diffida della capacità del linguaggio di contenere tutto il resto".






