C’è un uomo che perde la memoria e per ritrovarla torna nei suoi luoghi d’infanzia. Sono le colline che circondano un borgo di fantasia tra Monferrato e Alta Langa, dove il genius loci è la nebbia. L’uomo è Umberto Eco, quell’Eco che si legge tra le righe del suo romanzo più fortemente autobiografico, La misteriosa fiamma della regina Loana. Un testo di nicchia e una parabola visuale, palpitante, viva che per Fabio Menino Hofmann si può raccontare anche con la macchina fotografica. Residente a Cella Monte, in provincia di Alessandria, in cui è nato il grande semiologo, il fotografo lo rincorre in un gioco di geografie tra impressioni, simbolismi, suggestioni. Come una sinestesia, un percorso per ricordare Eco a dieci anni dalla scomparsa proprio nella sua città, a Palatium Vetus, il broletto sede della Fondazione Cral, che il 31 agosto inaugura la mostra Nebbie, storie, memorie, a cura di Stefano Salis. «I paesaggi in cui siamo nati e cresciuti ci segnano per sempre», così la introduce il curatore. «Ci sono dati, e ci capitiamo dentro. Li riempiamo di contenuti che, pian piano, ci aiutano a capirli meglio, a diradare le nebbie del nostro confuso percepire: amarli e coglierli nella loro essenza è un compito che dura una vita, se va bene, nel ricordo, nella consapevolezza, nella pratica quotidiana». Che è quella di Menino Hofmann: «Una pratica lenta», la chiama il fotografo. «Per questa ragione quella de Lamisteriosa fiamma della regina Loana è una storia che si può leggere anche su un rullino. Eco scrive in modo incredibile, per cui la narrazione andava restituita con un linguaggio altrettanto affascinante». Il linguaggio della grana delle foto scattate in analogico; del chiaroscuro a cui gioca la luce in autunno, all’alba, che sorprende le colline avvolte dalla nebbia; della poesia del bianco e nero.