Una spiaggia a Lombok, Indonesia
Tre settimane in Indonesia tra Giava, Bali, Lombok e le Isole Gili hanno mostrato un Paese pieno di contraddizioni, dove sorrisi, accoglienza e natura convivono con turismo di massa, rifiuti e sfruttamento degli animali. Un viaggio che porta a guardare anche alle responsabilità dei turisti e al modo in cui i social stanno trasformando le destinazioni.
La prima cosa che ti colpisce quando arrivi in Indonesia è il traffico. Quello che, visto con gli occhi di un italiano, sembra un disordine impossibile da gestire, per chi vive qui è semplicemente il modo normale di stare in strada. A Bali, poi, questa sensazione raggiunge il suo apice. Macchine, motorini, clacson, incroci, sorpassi che da noi provocherebbero almeno tre discussioni e forse un incidente diplomatico. Su quest'isola tutto invece sembra muoversi dentro un caos perfettamente organizzato. E la cosa più sorprendente è che nessuno sembra arrabbiarsi. Gli autisti sorridono, i motorini si infilano ovunque, le auto avanzano lentamente e in qualche modo tutti arrivano dove devono arrivare.
Poi scopri che buona parte della tua vacanza la passerai proprio lì dentro: in macchina. Non soltanto per il traffico, che in alcune zone di Bali può essere esasperante, ma anche perché le distanze sono tutt'altro che brevi. Se vuoi vedere più luoghi dell'isola devi mettere in conto parecchie ore di spostamenti e organizzare bene il viaggio. A piedi, del resto, non è sempre semplicissimo. A Bali i marciapiedi quasi sembrano un optional. Gli scooter sono così onnipresenti che, qualche volta, hai quasi la sensazione che siano i locali a guardarti straniti. Come se pensassero: "Ma questo perché non ha un motorino?". Eppure è proprio in mezzo a questo apparente caos che insieme alla mia compagna (prima di vita, poi di viaggio) ho iniziato a capire una delle cose che più mi sono rimaste dell'Indonesia: le persone. Il traffico a Ubud, Bali






