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Alle sei del pomeriggio, quando buona parte dei bagnanti ha già iniziato a sciamare in bicicletta verso l’altro capo dell’isola per godersi il tramonto («The best Indonesian sunset beach», recitano i cartelli), la voce del muezzin si sovrappone alla musica ipnotica del lounge bar dove stiamo stravaccati a bere un calice di vino: un’interferenza a cui comunque nessuno sembra dare gran peso. Di certo non questo belloccio francese, sulla quarantina, che scopriremo essere il proprietario del “La Cala Club”, e che da un po’ conversa con una donna bionda, americana, col fare da ammaliatore consumato e, forse per aumentare il suo appeal nei confronti di lei, impartisce con tono autoritario indicazioni ai suoi camerieri, ragazzetti autoctoni piuttosto impacciati nei movimenti. Uno di loro – «Only good vibes» scritto sulla polo d’ordinanza –, avvicinandosi ai nostri ombrelloni e cogliendo la nostra sorpresa, ci spiega in un inglese approssimativo che sì, «ci sono tre moschee, qui a Gili Trawangan».
Ma le altre due, più piccole, bisogna sapere andare a trovarle, inoltrandosi verso il centro dell’isola. Questa, invece, nella sua imponenza un po’ sgraziata, la sua pretenziosa architettura in disfacimento che sa quasi di abuso edilizio suditalico, sta proprio sul lungomare, in mezzo alla caciara, lo slargo d’accesso che si apre tra una vetrina di costumi e uno dei mille baldacchini che propongono gite in barca e lezioni di diving. Il minareto, esile e precario come una scultura di stuzzicadenti, a vederlo dal largo, svetta sul profilo piatto dell’isolotto come la torre di un faro. E da lassù gli altoparlanti irradiano la cantilena stentorea del muezzin, mentre qui si sorseggia Chardonnay australiano sul sottofondo di Reality di Lost Frequencies.







