USAI nuovi dazi sui droni voluti da Trump puntano a ridurre la dipendenza da fornitori esteri, rafforzare la sicurezza nazionale e rilanciare la produzione industriale americanaIl programma di dazi sui droni promosso dal presidente Donald Trump mira, secondo la Casa Bianca, a «tutelare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e la loro base industriale nel settore della difesa e in quelli ad essa collegati, sostenendo e creando posti di lavoro americani».Domande di approfondimento generate da 24Ore AINella nota diffusa dall’amministrazione si sottolinea come i droni rappresentino ormai una tecnologia cruciale nei conflitti contemporanei e un elemento strategico per le operazioni militari statunitensi, sia nel presente sia in prospettiva futura. Washington evidenzia inoltre la forte dipendenza degli Stati Uniti da fornitori esteri per componenti essenziali dei sistemi aerei senza pilota (Uas), una condizione che, secondo la Casa Bianca, espone il Paese a rischi sul piano della sicurezza nazionale e della cybersicurezza. Per questo motivo, si legge nel documento, «la produzione statunitense di droni deve essere ampliata rapidamente per garantire la sicurezza nazionale ed economica degli Stati Uniti».«Trump ha da tempo riconosciuto che la sicurezza nazionale e la forza economica degli Stati Uniti dipendono dal rilancio di settori chiave della nostra base industriale», ricorda inoltre la Casa Bianca. Il documento conclude sostenendo che «attraverso negoziati con i partner commerciali stranieri e l’uso strategico dei dazi, il presidente ha assicurato trilioni di investimenti privati ed esteri per riportare posti di lavoro e produzione negli Stati Uniti, diversificando al contempo le catene di approvvigionamento globali e riducendo la dipendenza dalle nazioni avversarie».Schiaffo a Trump, bocciata la causa contro Harvard per antisemitismoNuovo capitolo nella battaglia che Donald Trump ha ingaggiato sin dall’inizio del suo secondo mandato contro uno degli atenei più prestigiosi del mondo nonché il più antico d’America. Un giudice di Boston ha respinto la causa per antisemitismo intentata dall’amministrazione contro Harvard lo scorso marzo. Nella sua sentenza, Richard Stearns ha affermato che non è stata dimostrata in modo plausibile la violazione delle leggi federali sui diritti civili degli studenti ebrei all’interno del campus e che gli episodi di antisemitismo sono stati “isolati ed episodici”.La causa, l’ultima di una lunga serie, rientra in una più ampia campagna di pressione volta a obbligare l’università del Massachussetts a conformarsi a diverse richieste della Casa Bianca, riguardanti non solo la gestione dell’antisemitismo ma anche le politiche razziali nelle ammissioni e altre questioni legate alla cultura cosiddetta ’woke’. In questa denuncia in particolare Trump ha accusato l’ateneo di aver “chiuso un occhio di fronte all’antisemitismo e alla discriminazione contro ebrei e israeliani” durante e dopo le proteste contro la guerra a Gaza, e di aver permesso ai manifestanti anti-Israele di violare i regolamenti interni “impunemente”. In particolare, il Titolo VI del Civil Rights Act del 1964, che vieta la discriminazione nei programmi che ricevono fondi federali. “Harvard condanna l’antisemitismo e si impegna a garantire che gli studenti ebrei e israeliani, come tutti i membri della comunità, possano studiare e partecipare pienamente alla vita del campus senza subire molestie o esclusione”, aveva replicato il college. Il giudice ha anche stabilito che il dipartimento di Giustizia non poteva avanzare una richiesta di risarcimento danni, poiché la legge impone all’amministrazione di inviare preventivamente al college un avviso formale di violazione della normativa. L’azione legale ha segnato una nuova escalation dello scontro tra il governo e il prestigioso college della Ivy League.