Intervista a Kaspar Capparoni. L’attore ripercorre i vent’anni di Capri tra retroscena del set, il legame viscerale con il pubblico e un’amara riflessione sullo stato della serialità italiana: “Oggi si pensa solo all’organizzazione, ma le grandi storie nascono dal cuore”.

È la settimana di Ferragosto, il caldo è una costante da due mesi, ma il ritorno di Capri nel pomeriggio di Rai1 ha allietato molti amanti della TV. Quando ci sentiamo Kaspar Capparoni risponde al telefono da Taormina, senza sapere se il suo ritorno a Roma, a seguito dell'eruzione dell'Etna, sia ancora in forse oppure no: "Mi attrezzerò per la traversata in macchina" dice sorridendo. Poco dopo i ricordi di circa vent'anni affolleranno la sua mente per tornare sul set di una delle fiction più amate di sempre, che ancora oggi non smette di appassionare il pubblico.

Quello di Capri fu un vero e proprio fenomeno televisivo, di cui con l'attore romano proviamo anche a spiegarne i motivi: "Non erano prodotti studiati, si facevano col cuore". Un gioiello da salvare a tutti i costi, come ha dimostrato la sua mobilitazione sui social. Capparoni di fiction di successo nella sua carriera ne ha fatte tante: da Elisa di Rivombrosa a Rex, passando per Al di là del lago, Solo per amore e altre ancora, la critica che muove verso il sistema di oggi, quindi, è più che ragionata. E ora che di esperienza ne ha acquisita abbastanza sente di poter dire che fare l'attore non è più un mestiere che da solo può bastare: "Io l'ho fatto per sogno e un po' di follia". Il tuo appello sui social, dopo la cancellazione iniziale della serie, è diventato virale. Credi la Rai lo abbia davvero preso in considerazione?