Per molto tempo abbiamo avuto un’immagine precisa del gatto domestico: elegante, agile, indipendente. Un animale capace di passare dal sonno più profondo allo scatto improvviso, di arrampicarsi, saltare, inseguire qualcosa che solo lui vede. Oggi, però, sempre più spesso il gatto che vive nelle nostre case racconta una storia diversa. È più sedentario, meno attivo, più pesante. E spesso quel peso in più viene accolto con un sorriso.
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Il problema è che l’obesità non è una caratteristica estetica del gatto moderno. È una malattia. Una condizione che modifica il funzionamento dell’organismo, aumenta il rischio di numerose patologie e può ridurre gli anni di vita dell’animale. Eppure resta una delle malattie più sottovalutate perché, a differenza di una frattura o di un’infezione, non arriva improvvisamente. Si costruisce lentamente, spesso mentre tutti intorno al gatto si convincono che quello sia semplicemente il suo aspetto.
Una trasformazione silenziosa
Il primo problema dell’obesità felina è riconoscerla. Molti proprietari hanno difficoltà a valutare correttamente la condizione corporea del proprio animale. Non perché non si interessino alla sua salute, ma perché il cambiamento avviene sotto i loro occhi. Un gatto che ingrassa di 200 o 300 grammi può sembrare identico a quello di qualche mese prima. Ma nei piccoli animali anche variazioni apparentemente minime possono avere un impatto significativo. Il parametro più utilizzato in medicina veterinaria è il Body Condition Score, una scala che valuta la quantità di grasso corporeo attraverso l’osservazione e la palpazione. Un gatto in condizioni ideali dovrebbe avere costole facilmente percepibili ma non visibili, una vita definita osservandolo dall’alto e un addome non eccessivamente pendulo. Quando questi elementi scompaiono, non siamo davanti a una semplice “morbidezza”. Siamo davanti a un problema nutrizionale.






