di
Gennaro Scala
Contro una maggioranza teorica di 136 voti contrari guidata da Uefa, Asia e Concacaf, il presidente si rifugia nei 54 voti del blocco africano e punta sul principio «un paese, un voto».
Gianni Infantino è un uomo solo al comando, ma con una calcolatrice in mano. La tempesta che si sta abbattendo sul grattacielo della Fifa a Zurigo ha la violenza di un uragano politico. Metà delle confederazioni mondiali è in aperta rivolta, eppure il presidente uscente sta già tessendo la tela per blindare la sua rielezione nel 2027.
La frattura è profonda e non è una semplice questione di protocollo. Uefa (Europa), Afc (Asia) e Concacaf (Nord e Centro America) hanno firmato un atto d’accusa durissimo. Parlano di «grave violazione della fiducia» e «inganno» per la tentata — e poi naufragata — cessione di una quota dei Mondiali a investitori privati. Le tre sigle chiedono un’indagine indipendente. Non è un giallo diplomatico, è una dichiarazione di guerra.






