«Andate a messa la domenica». Sembra una banalità da curato di campagna; è il consiglio più utile che può dare ai fedeli un Papa. Lo ha ribadito ieri, in udienza generale, Leone XIV, invitando a osservare il precetto settimanale pure chi, nel dì festivo, non gode del riposo: «Esorto tutti», ha detto il pontefice, «a ricercare le migliori condizioni affinché sia possibile prendere parte alla Santa Messa anche a quanti di domenica non hanno possibilità di astenersi dal lavoro».

Papa Leone XIV e la difesa della messa

Il dies Domini, ha spiegato infatti il Papa, è «il giorno che rivela il senso del tempo», quello che, «sgorgando alla Risurrezione», attraversa «come una freccia direzionale» «i mesi, gli anni, i secoli», «orientandoli al traguardo della seconda venuta» di Gesù. È la liturgia che ci rammenta dove siamo diretti. Ecco perché «l’ascolto della Parola e la partecipazione al Corpo di Cristo», ha insistito Robert Francis Prevost, «non è sostituibile da una presenza soltanto virtuale, né si riduce a un raduno meramente passivo».

Quando Conte e Speranza bandirono la liturgia

A chi non dimentica gli anni bui della pandemia, le parole di Leone faranno tornare alla mente la fase più brutale del regimetto sanitario messo in piedi da Giuseppe Conte e Roberto Speranza, nel 2020. Allorché, nel nome di protocolli tutt’altro che scientifici, furono bandite le funzioni religiose in presenza e persino le esequie. Comprese quelle delle vittime del Covid. Erano le settimane in cui – lo si sarebbe scoperto solo in seguito, dagli atti del processo di Bergamo – il ministro della Salute era concentrato nell’obiettivo di spaventare gli italiani, per convincerli che bisognava chiudere ancora. E ricostruire così, ripartendo da quella che Ivan Illich avrebbe definito «nemesi medica», l’egemonia culturale della sinistra.