BRUXELLES, 12 AGO - La fortezza Europa, ora che il Patto per la migrazione ha iniziato a funzionare e il regolamento per i rimpatri è stato approvato, potrebbe dotarsi presto di nuovi strumenti per scoraggiare gli arrivi illegali. Al centro del dibattito sono le cosiddette "soluzioni creative". Ovvero, nella pratica, gli hub di rimpatrio all'estero. La novità sta nel fatto che cinque Paesi Ue - Germania, Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Grecia - stanno conducendo "trattative avanzate" per la creazione di un centro in Uganda. E a settembre si vedranno a Copenaghen per fare il punto della situazione. "Si prevede che, entro il 2027, la struttura possa accogliere migranti trasferiti dall'Europa", scrive il quotidiano greco Kathimerini, ed è ipotizzato l'invio di team tecnici in Africa "prima della conclusione dei negoziati" per definire i dettagli dell'accordo. Il Ruanda rappresenta la principale alternativa all'Uganda mentre il Kenya - anch'esso preso in considerazione, secondo le stesse fonti - sembra essere stato escluso. "La proposta si basa sull'idea che molti migranti sceglierebbero di tornare volontariamente nei loro Paesi d'origine piuttosto che rimanere in Uganda", ha sottolineato il quotidiano greco secondo cui il centro nel Paese dell'Africa orientale opererebbe inizialmente come programma pilota e ospiterebbe fino a 10.000 migranti le cui domande di asilo sono già state respinte nei Paesi dell'Ue in cui erano arrivati per la prima volta. La premier danese Mette Frederiksen si conferma per l'ennesima volta tra i leader europei più determinati a mettere a terra questo tipo di soluzioni (la Danimarca fu peraltro tra i primi Paesi Ue a ventilare l'esternalizzazione della gestione della migrazione ma il clima politico non era all'epoca pronto). La Germania, invece, si era posta come argine (e lo si è visto anche nei negoziati che hanno portato al Patto sulla migrazione). Ora, invece, con Friedrich Merz alla guida, e l'Afd alle calcagna, Berlino avrebbe cambiato la sua posizione. Gli hub vengono resi possibili dal regolamento rimpatri, è vero, ma devono seguire norme in teoria molto stringenti, sulle quali è chiamata a vigilare la Commissione. Che per ora monitora il lavoro degli Stati membri: è del resto compito loro, ricordano da palazzo Berlaymont, stringere accordi con i Paesi terzi. I minori non accompagnati, ad esempio, sono totalmente esclusi da questi trasferimenti, le strutture devono trovarsi solo in Paesi che rispettano standard specifici di sicurezza e, inoltre, devono garantire il rispetto assoluto dei diritti umani dei migranti. In questo schema, le agenzie delle Nazioni Unite, in particolare l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), intervengono per garantire la conformità internazionale delle strutture e la Commissione deve verificare che le intese bilaterali o multilaterali siglate tra gli Stati membri e i Paesi ospitanti rispettino i criteri giuridici comunitari. Insomma, non è così semplice creare un hub. I cinque sono però disposti a ricoprire il ruolo di pionieri - al netto del modello Albania, che secondo Roma ha fatto scuola - e testare quanto è giuridicamente possibile costruire. A corollario, c'è il tema dei finanziamenti. Chi pagherà? Molte capitali spingono già per avere accesso ai fondi europei. Per ora la Commissione si è tirata indietro. Ma non è detto che in futuro, terminati i negoziati per il prossimo bilancio comunitario, non si torni sull'argomento.