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Fabrizio Caccia
La difesa del M5S, Appendino: «Le inchieste non si spengono»
Non vuole esser polemico, Manfredi Borsellino, 54 anni, il figlio del giudice Paolo ucciso dalla mafia insieme alla sua scorta 34 anni fa in via D’Amelio a Palermo, però c’è rimasto male: «Sigfrido Ranucci — dice — non è il primo e non sarà l’ultimo, ma avvicinarsi a quei giganti, da Aldo Moro a Piersanti Mattarella, da Giovanni Falcone a mio padre, è problematico per chiunque. Io stesso, come figlio, non mi sento ancora all’altezza». E raggelato sembra pure Giovanni Moro, 68 anni, il figlio di Aldo, lo statista Dc rapito e ucciso dalle Brigate Rosse 48 anni fa: «Il post di Ranucci? Sì, l’ho visto grazie, ma proprio non ho commenti da fare», taglia corto.
Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report, dal buen retiro di Rocca Massima, il paesone in provincia di Latina di cui è cittadino onorario e dove sono sepolti i suoi genitori, ha pubblicato ieri un post dal titolo «La voce che spaventa»: «Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza. Muoiono tutti nello stesso modo, non tanto per la pallottola o per il tritolo — ha scritto — quanto per aver visto un attimo prima degli altri il disegno di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta».












