di
Alessandra Muglia
L'Alto Commissario Onu per i rifugiati: «Bisogna essere pronti per le emergenze»
«Sicurezza e umanità non sono valori in competizione», va ripetendo l’ex presidente iracheno Barham Salih che a gennaio ha preso il posto dell’italiano Filippo Grandi alla guida dell’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr). Da Damasco risponde alle domande del Corriere, in questa prima intervista a un media italiano.
Quello che è accaduto a Ceuta ha riportato le questioni della migrazione al centro del dibattito in Europa. Cosa ci dice una crisi come questa sulle sfide che gli Stati devono affrontare?«La recente situazione a Ceuta è stata eccezionale e ha messo in luce le sfide poste dagli arrivi su larga scala in un breve lasso di tempo. Ha sottolineato l'importanza della preparazione, della pianificazione delle emergenze e dell'adozione di sistemi capaci di rispondere in modo rapido, equo e umano, anche distinguendo tempestivamente tra rifugiati e altri migranti; si tratta di due gruppi che sempre più spesso si spostano congiuntamente. La vicenda ha anche dimostrato il valore di una cooperazione continua lungo le rotte principali – coinvolgendo paesi di origine, transito e destinazione – per comprendere meglio e rispondere all'evoluzione dei flussi migratori». Cosa non ha funzionato?Nell'enclave spagnola di Ceuta come in molti Paesi l'attenzione deve ora concentrarsi sull'accesso alla procedura di asilo per chi ne ha effettivamente bisogno e sul rapido rimpatrio di chi non ne ha diritto, nel pieno rispetto di tutte le garanzie necessarie. È importante ricordare che gli Stati non sono tenuti ad accogliere in modo permanente chiunque arrivi ai loro confini. Lo status di rifugiato è riservato a coloro che fuggono da persecuzioni, conflitti o gravi minacce e che non possono ottenere protezione dai propri governi. Ma in molti Paesi, i sistemi di asilo soffrono di una cronica carenza di risorse. L'esame delle domande richiede anni, mentre i richiedenti la cui istanza è stata respinta spesso rimangono sul territorio, alimentando la percezione di inefficienza e ingiustizia. Sistemi che impiegano anni per giungere a una decisione non possono mantenere la fiducia dell'opinione pubblica. I governi necessitano di sistemi di asilo dotati di risorse adeguate per valutare le domande in modo equo ed efficiente, garantendo al contempo il tempestivo rimpatrio di chi non necessita di protezione internazionale. Si tratta di criticità legate all'attuazione dei sistemi di asilo, non alla Convenzione sui rifugiati: quest'ultima, a 75 anni dalla sua adozione, continua a fornire la base giuridica per una gestione efficace delle frontiere, definendo chi è rifugiato e chi non lo è. Una maggiore cooperazione tra gli Stati, anche in materia di condivisione delle responsabilità e rimpatri, può contribuire a creare un'alternativa più ordinata ai viaggi irregolari e pericolosi». Sull’Economist lei ha definito «imperfetto» il Patto Ue sulla migrazione. Quali le sue criticità?«Quando ho definito il Patto "imperfetto", intendevo semplicemente riconoscere che esso è il frutto di un compromesso tra numerosi Stati europei con priorità e prospettive diverse. Si tratta di un tentativo importante di rendere il sistema di asilo europeo più prevedibile e coordinato, ma — come per ogni grande riforma — il suo successo dipenderà, in ultima analisi, dalle modalità di attuazione. Se attuato mettendo al centro la protezione, il Patto ha il potenziale per rendere il sistema più equo ed efficiente. Il Patto riflette inoltre l'impegno degli Stati europei a rafforzare la cooperazione e la condivisione delle responsabilità nella gestione dei flussi misti di rifugiati e migranti. Contiene diversi elementi che potrebbero rivelarsi preziosi, se attuati efficacemente».Quali?«Per esempoio meccanismi più solidi per l'identificazione precoce delle persone con esigenze specifiche, procedure di asilo differenziate che tengano conto dei diversi profili di chi arriva, disposizioni chiare per la gestione delle crisi e un quadro rinnovato per la condivisione delle responsabilità e la solidarietà tra gli Stati. Accogliamo con favore anche l'introduzione di meccanismi di monitoraggio indipendenti, volti a garantire la responsabilità e il rispetto dei diritti alle frontiere. L'attuazione sarà decisiva. Il successo del Patto dipenderà, in ultima analisi, dal fatto che gli obiettivi di efficienza vengano perseguiti garantendo al contempo solide garanzie di tutela. Il suo predecessore, Filippo Grandi, aveva espresso forti riserve sul progetto di Londra di trasferire al Rwanda la responsabilità di processare le domande di richiedenti asilo presenti in Gran Bretagna, perché non offriva garanzie sulla tutela dei diritti. Ora l’Italia sta trattando sempre con Kigali ma per inviare lì migranti “economici” da rimpatriare. Come la vede?«L'Unhcr ha costantemente sottolineato che procedure di asilo e rimpatri efficaci devono essere accompagnati da forti garanzie procedurali. Le persone che non necessitano di protezione dovrebbero essere rimpatriate in modo più efficace, ma umano, rispettoso dei diritti e della dignità. Ove possibile, occorre dare priorità all'accesso a opzioni di rimpatrio volontario informato e al sostegno al reinserimento. Abbiamo condiviso le nostre raccomandazioni per rafforzare le garanzie nell'attuazione del quadro UE sui rimpatri, recentemente adottato. Abbiamo evidenziato, ad esempio, alcune preoccupazioni riguardo ai rimpatri effettuati mentre sono ancora pendenti dei ricorsi. Anche aull'uso più esteso della detenzione, in particolare in assenza di garanzie adeguate. Più in generale, non esistono soluzioni semplici per gestire i complessi flussi di rifugiati e migranti. Ciò che serve è una cooperazione internazionale efficace e una condivisione delle responsabilità tra gli Stati, oltre a sistemi di asilo dotati di risorse adeguate per esaminare le domande in modo efficiente, equo e conforme al diritto internazionale».Come la sua storia personale di rifugiato e la sua esperienza di capo di Stato influenzano oggi il suo lavoro di timoniere dell'Unhcr?«Sono diventato rifugiato per la prima volta da bambino, quando la mia famiglia fuggì dall'Iraq. Anni dopo, da giovane, sono tornato a essere un rifugiato e ho avuto la fortuna di poter studiare nel Regno Unito prima di fare ritorno in patria. Quell'opportunità ha cambiato il corso della mia vita. Purtroppo, negli ultimi anni molti programmi di questo tipo sono stati drasticamente ridotti. In seguito sono tornato in Iraq, sono entrato in politica e ho ricoperto la carica di presidente dell'Iraq dal 2018 al 2022. Quelle due esperienze — vivere da rifugiato e, successivamente, guidare uno Stato — continuano a plasmare il modo in cui affronto il mio ruolo di Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. Come rifugiato, ho sperimentato cosa significhi perdere la protezione del proprio Paese e dipendere dalla solidarietà altrui. Come presidente dell'Iraq, ho vissuto in prima persona la responsabilità che i governi hanno nel proteggere i confini, garantire la sicurezza e mantenere la fiducia dell'opinione pubblica. Tali esperienze mi hanno insegnato che la protezione dei rifugiati e un'azione di governo responsabile non sono obiettivi in conflitto tra loro; al contrario, si rafforzano a vicenda. Comprendo anche la prospettiva degli Stati, la Convenzione sui rifugiati offre loro un valido supporto. Essa tutela chi ha bisogno di rifugio, fornendo al contempo ai governi un quadro pratico per gestire l'asilo in modo equo, legale ed efficace. È per questo che ritengo necessario affiancare alla protezione opportunità concrete, che consentano ai rifugiati di ricostruire la propria vita con dignità, di acquisire maggiore autonomia e, in ultima analisi, di trovare soluzioni durature».







