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Proseguono per il terzo giorno i soccorsi in Colombia, dove lunedì uno dei terremoti più devastanti della sua storia recente ha provocato la morte di più di 200 persone e il crollo di centinaia di edifici, tra cui scuole e ospedali. Ci sono più di 1.200 feriti e non si sa quante persone siano ancora sotto le macerie, ma è probabile che il numero dei morti aumenterà.

In Colombia è ancora notte e le operazioni di soccorso sono rese difficili dal fatto che l’epicentro del terremoto è stato nella zona montuosa nella provincia di Chocó, nella parte occidentale del paese: è un’area nota per la coltivazione del caffè, ma anche molto povera, con cittadine e centri abitati remoti e per questo difficilmente raggiungibili dai soccorsi. Sono però qui i danni maggiori.

Solo a Pereira, una città da circa mezzo milione di abitanti a una cinquantina di chilometri dall’epicentro, ci sono stati circa 70 morti, e i primi soccorsi sono arrivati dagli abitanti e da un piccolo gruppo di pompieri, in gran parte volontari, che da tre giorni sono impegnati a spostare macerie alla ricerca di persone sopravvissute. I danni sono enormi: per motivi di sicurezza è stato introdotto un coprifuoco notturno, e il sindaco martedì mattina ha detto che bisogna «ricostruire una città». È lo stesso a Quibdó, il capoluogo del Chocó, dove mancano mezzi e risorse necessarie ai soccorsi.