Ha ragione Jason Arday, che come esergo del suo memoir usa un proverbio africano (o almeno quello che lui indica come tale): l’ascia dimentica ma l’albero ricorda. Tra cinque anni (ma pure tra cinque mesi) della vita e della carriera di Arday non si ricorderà più nessuno, tranne i giornali inglesi cui ha svoltato l’estate e che per sempre gliene saranno grati.

Lui, albero, si ricorderà invece per un po’ dell’estate del suo sputtanamento, dell’estate in cui passò da vittima a cialtrone; dell’estate in cui, mentre in America una deputata parlava del woke come le sue coetanee parlano degli addii al nubilato (abbiamo fatto proprio le pazze!), in Inghilterra si decideva che la razza e la neurodiversità e l’infanzia difficile non erano più ricatti sufficienti a far fare carriera a un cialtrone.

Io la storia di Arday adesso ve la racconto, ma prima ci tengo a darvi un’istruzione per l’uso: non sappiamo niente. Non sappiamo quanto sia cialtrone il racconto che Arday ha – fino a tre settimane fa, impunito e anzi venerato – fatto di sé; ma non sappiamo neanche quanto siano vere le accuse. Chi mi dice che la studentessa che (protetta dall’anonimato, neanche fosse un testimone di mafia) ora racconta che lui le ha dato un voto basso e quando ha protestato le ha dato della razzista non sia mitomane quanto lui?