Quattro minuti di terrore, il forte boato e la paura che prende il sopravvento. Pochi attimi per decidere cosa fare per mettersi in salvo, l’unica cosa che conta in momenti drammatici come questo. Il terremoto in Colombia - il più forte degli ultimi dieci anni e che ha provocato la morte di oltre 240 persone - ha scosso un gruppo di quindici napoletani presenti a Salento, appena 80 chilometri dall’epicentro del sisma (San José del Palmar) di magnitudo di 7.4 che il 10 agosto ha devastato il Paese. Dopo un primo contatto con i familiari in Italia, i ragazzi, tutti illesi, si sono ritrovati isolati per oltre sette ore: senza internet e senza energia elettrica. A raccontare quegli attimi di panico è Achille Martino, imprenditore napoletano che si trovava, da appena qualche giorno, in vacanza in Colombia insieme al suo gruppo di amici.
Dov’eravate al momento del terremoto?«Stavamo dormendo. All’inizio non ci siamo resi conto di cosa stesse accadendo, poi abbiamo cercato subito di scappare. Ci trovavamo al primo piano di un palazzo, ma la scossa è stata talmente forte che non riuscivamo nemmeno a camminare. L’edificio ondeggiava, ma per fortuna dopo qualche secondo siamo riusciti a metterci in salvo. Solo dopo, ci hanno spiegato che la struttura era stata progettata in modo da resistere a un forte terremoto con criteri antisismici ispirati alle tecniche giapponesi».E poi?«Appena è terminata la scossa siamo riusciti a chiamare i nostri parenti con un rapido messaggio, ma non appena li abbiamo rassicurati sono saltate tutte le linee ed è andata via la corrente. Fortunatamente prima di partire per le vacanze, ci eravamo tutti registrati sul portale della Farnesina, così i nostri genitori, chiamando l’ambasciata italiana sono riusciti ad avere ulteriori notizie. Noi però eravamo completamente isolati. Solo dopo più di sette ore abbiamo avuto la possibilità di contattare le nostre famiglie, siamo riusciti anche a collegarci, non senza qualche difficoltà, in videochiamata per mostrare che stavamo tutti bene».Quali erano i vostri piani per quella mattina?«Avevamo la sveglia pochi minuti dopo il terremoto, saremmo dovuti partire alla volta di Cartagena dall'aeroporto di Pereira. Siamo stati fortunati a non trovarci lì in quel momento: da quello che ci hanno raccontato e dalle immagini che abbiamo visto, lo scalo è andato completamente distrutto. Eravamo a Salento per visitare le cosiddette fincas cafeteras, ovvero piantagioni dove il caffè viene coltivato, raccolto a mano, lavorato e tostato. Nel paese non ci sono stati gravi danni, sono caduti perlopiù calcinacci e tegole».Il vostro volo per Cartagena è stato cancellato?«Sì, ci è arrivata la comunicazione che il volo era stato ovviamente cancellato e riprogrammato per oggi. Tuttavia, viste le condizioni dell’aeroporto di Pereira, per non rischiare di rimanere fermi a Salento e per allontanarci ancor di più dall’epicentro, abbiamo preferito prendere un pullman per Cartagena: 18 ore di viaggio prima di arrivare a destinazione. Abbiamo assistito anche a una scena molto toccante, l’autista del bus aveva a bordo anche la sua famiglia e i figli piccoli, per non lasciarli da soli in questo momento di grande paura».Com’è l’umore del gruppo dopo quelle ore così drammatiche?«Abbiamo vissuto un grande spavento, nessuno di noi aveva mai avvertito una scossa così forte. L'unione ha fatto la differenza. Essendo in tanti ci siamo fatti forza l’uno con l’altro e abbiamo superato la paura».E ora cosa farete?«Eravamo arrivati da pochi giorni, il tempo di ambientarci anche al fuso orario e c’è stato il terremoto. Ora speriamo di goderci la vacanza in maniera tranquilla, sperando ovviamente che tutte i colombiani coinvolti possano riprendersi al più presto e ritornare alla normalità».












