Nel 2016, dopo la vittoria del suo secondo oro olimpico consecutivo nel singolare, un giornalista chiese ad Andy Murray cosa significasse essere il primo tennista nella storia ad aver raggiunto quel traguardo. La sua risposta fu di sorpresa, quasi di disappunto: il campione ricordò senza esitazioni che quel primato non era suo. Prima di lui ci erano già riuscite Venus e Serena Williams.

È un episodio che rivela un meccanismo che potremmo definire il doppio standard della memoria sportiva, a causa del quale, da sempre, viene data maggiore visibilità alle imprese maschili, mentre si relegano quelle femminili all’eccezionalità. E se accade oggi, in un’epoca di copertura mediatica globale e archivi accessibili, è facile immaginare quanto questa tendenza a ‘dimenticare’ i successi sportivi delle donne fosse più marcata nel passato, quando le atlete avevano ancora meno spazio per celebrare le proprie vittorie.

Gertrude Ederle, la prima donna che conquistò la Manica

È il caso di Gertrude ‘Trudy’ Ederle, nuotatrice americana che il 6 agosto del 1926 riemerse dalle acque del Canale della Manica dopo avervi nuotato per 14 ore e 31 minuti. Aveva vent’anni, ed era appena diventata la prima donna a vincere una delle sfide sportive più difficili del suo tempo: attraversare il tratto di mare che separa la Francia dalla Gran Bretagna, abbassando di ben due ore il record di allora (stabilito pochi mesi prima dal nuotatore italiano Enrico Tiraboschi).