«Gli orizzonti del cinema italiano sono sempre più maschili». Lo ha scritto via social Emma Dante, apprendendo che alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 (ripetiamo: 2026) su venti titoli nel concorso ufficiale uno solo è diretto da una donna. “Woman unknown” di May El-Toukhy, regista danese di origini egiziane alla sua opera seconda. Zero registe italiane, a fronte di cinque cineasti scelti (Moretti, Bechis, Pallaoro, De Angelis, Strippoli). L’anno scorso erano sei le registe in gara, due sono state premiate (Kaouther Ben Hania con il Gran Premio della Giuria per “La voce” di Hind Rajab e Valérie Donzelli miglior sceneggiatura con “La mattina scrivo”). Occorre ricordare che la Mostra ha firmato, come Cannes, l’impegno per la parità di genere 50/50 nel lontano 2018.Perché anziché andare avanti si va indietro? Nessun pregiudizio, assicura il direttore artistico Alberto Barbera, sostenendo di aver sperato fino all’ultimo di trovare un film diretto da una regista di qualità adeguata per il concorso, ma di averne appunto trovato uno solo, anche a parole sue «minimo storico negli ultimi anni». Un record al contrario, ci si aspetterebbe che gli altri diciannove film firmati da uomini siano in aria di capolavoro. Non è comunque una novità che alle donne sia da sempre richiesta la dimostrazione costante di un talento straordinario anche solo per essere prese in considerazione e avere (tutt’altro che pari) opportunità. Come non è una novità che sulle donne si investa molto meno. La qualità è tuttavia imprescindibile se si vuole mantenere il senso di una curatela, spiega a L’Espresso Beatrice Fiorentino, delegata generale della Settimana internazionale della critica: «Il gender gap è un problema reale, anche noi abbiamo registrato un drastico calo di iscrizioni di regie femminili, segno che purtroppo la disparità esiste ma non si origina ai festival. Da noi questa flessione ha comportato il passaggio dalle quattro registe del 2025 a due (Bibiana Rojas Gómez per “The end of times” e Shalini Adnan per “Our share of sand”, ndr) su nove. Per fortuna abbiamo potuto riequilibrare nel programma di corti SIC@SIC, composto quasi solo da donne. Attualmente il gap è già evidente nell’accesso ai finanziamenti, nelle scuole. Quel divario si riverbera in tutta la filiera. Parlarne è doveroso, le cose devono migliorare». Anche Gaia Furrer, presentando la nuova edizione delle Giornate degli autori di cui è direttrice, con 25 anteprime mondiali di cui ben 14 dirette da donne (dall’apertura con “My notes on Mars” di Lili Horvátal alla chiusura con “Peau d’homme” di Léa Domenach) ha dichiarato di ricercare sempre una presenza femminile: «La realtà è ancora lontana dalla parità e i film che riceviamo sono in larga maggioranza diretti da uomini. Per questo siamo ancora più contenti di essere riusciti ad avere una presenza femminile importante». Nella sezione Orizzonti, infine, otto film su diciannove sono diretti da donne, tra cui “La ragazza con la Leica” di Alina Marazzi, l’opera prima di Anna Foglietta “Una storia” e “The difficult bride” di Rubaiyat Hossain. Il dibattito sulle pari opportunità è riaperto e, mentre artiste come Michela Cescon si domandano se non ci siano registe all’altezza o se siamo noi a non riuscire a vederle, «sottovalutandone la qualità dato che per abitudine i nostri parametri sono sintonizzati su un modo di fare arte maschile», le associazioni 100autori, Anac, Air3, Doc/it, Ewa e Women in Film Television & Media Italia hanno rilasciato un comunicato congiunto allarmato. Dice a L’Espresso Domizia De Rosa, presidente di Women In Film Television & Media Italia: «Una sola donna in concorso nel 2026 è un grido d’allarme per l’industria e un punto interrogativo che non può essere ignorato. Tra il 2018 e il 2026 molto è successo, dai Leoni d’Oro a Chloé Zhao, Audrey Diwan e Laura Poitras al Leone d’Argento a Maura Delpero. Nel 2018 insieme a Dissenso Comune invitammo La Biennale a firmare la Carta 5050x2020 per la parità di genere e l'inclusione nell’industria cinematografica. Un impegno a presentare pubblicamente le statistiche della Mostra, alla trasparenza nei comitati di selezione e di programmazione, a un’equa presenza femminile nella dirigenza della Biennale». E a organizzare un seminario annuale di approfondimento, quest’anno l’8 settembre all’interno del Venice Production Bridge. «Una carta, una firma, un impegno, un trend positivo anche se non stravolgente, se escludiamo il picco del 44% nel 2020. E adesso il passo indietro che richiede quattro passi in avanti», continua De Rosa. Le registe intanto abbondano nei cortometraggi, in quelli della Settimana della critica raggiungono il primato. Due parole: precarietà e sguardo. «Precarietà sta per la facilità con cui risultati positivi possono essere messi in discussione se l’equità è di facciata. Sguardo sta per il modo in cui guardiamo un film in base alla nostra cultura. Resta la domanda su cosa si intenda come “selezionabile” per il Concorso. Sicuri che il meglio provenga dall’Occidente e dai suoi partner declinati al maschile?».
Venezia, l'anno zero per le donne
Alla Mostra del Cinema neanche una regista italiana. E solo una in assoluto. Nonostante l’impegno per la parità di genere. Scoppia la polemica. Segnali positivi






