“Amore, scendi a buttare la spazzatura. L’umido, non la plastica. Adesso, non stasera. E richiudi il portone, che ieri è rimasto aperto”. Congratulazioni: hai appena scritto un prompt. C’è un destinatario scelto con cura, un compito preciso, una specifica che previene l’errore più probabile, un vincolo di tempo che ne previene un altro, un’istruzione accessoria fondata sull’esperienza. Perfino il ciclo di revisione è già previsto: se torna su con l’umido in mano, riformulerai l’ordine con più contesto. Nessuno ti ha insegnato a farlo. Lo sai fare. Manca solo il tasto invio. C’è chi lo fa di mestiere: si chiama prompt engineer e lo pagano. Tu lo fai gratis da una vita.

La scorsa lezione si era chiusa con una promessa: del prompt non devi avere paura, è tutta la vita che prompti, solo che l’hai sempre chiamato in un altro modo. Eccolo, l’altro modo: “dare ordini”. Chiami chi ti serve. Spieghi il perché (nel caso tu sia un capo decente). Gli spieghi cosa vuoi e in che forma. Controlli il risultato e, se non ci siamo, lo fai rifare. Questo lo fai da una vita: in ufficio, a casa, al telefono con il call center. Formuli, valuti, riformuli. Il prompting è lo stesso gesto con un nome diverso. Se hai fatto il compito delle vacanze, l’hai già scoperto da solo: la moka, stavolta, ha obbedito.