Prepariamoci a imparare un nuovo acronimo: Asi, ovvero intelligenza artificiale superintelligente. Non è l’IA che conosciamo, capace di scrivere testi o programmi ma ancora soggetta a errori banali. È un sistema che potrebbe superare i migliori specialisti in quasi ogni campo e applicare una scoperta fatta in un settore a problemi completamente diversi. Potrebbe progettare un farmaco in pochi giorni oppure individuare i punti deboli di una rete elettrica prima degli esperti di cybersicurezza. Se fosse copiato migliaia di volte, un solo data center potrebbe svolgere il lavoro di intere comunità scientifiche. E se quelle copie riuscissero a progettare un’IA ancora più capace, il progresso potrebbe accelerare oltre i tempi con cui governi e aziende prendono decisioni.
Al momento è ancora fantascienza, visto che non abbiamo raggiunto ancora l’apice dell’intelligenza artificiale generativa. I modelli attuali eccellono in alcuni compiti e inciampano in altri molto più semplici. Sanno risolvere problemi matematici complessi, poi sbagliano una sequenza elementare o perdono il filo durante un lavoro troppo lungo. Però, a fine luglio, un test condotto dall’AI Security Institute britannico ha mostrato come potrebbe cominciare il problema del controllo dell’IA. L’organismo governativo stava valutando alcuni agenti di intelligenza artificiale: programmi che ricevono un obiettivo e possono usare autonomamente un computer per completarlo. A differenza di un chatbot, non si limitano a rispondere. Aprono pagine web, scrivono codice e scelgono quale operazione eseguire dopo.







