Nickolay Mladenov, l’inviato del Consiglio per la pace a Gaza, intervistato dal giornalista Amit Segal sul Canale 12 della televisione israeliana, ha detto: “Nessuno è tenuto a fare nulla, men che meno Israele, prima che vengano compiuti passi concreti e verificati sul campo (…). Se verrà verificato che le armi sono state sottratte alle fazioni, immagazzinate e rese inutilizzabili, allora Israele si ritirerà da Gaza”. Domenica scorsa, in apertura della riunione del governo israeliano, il premier Benjamin Netanyahu aveva tuonato: “Israele respinge il documento dei quindici punti e Tsahal non si ritirerà finché Hamas non sarà disarmato delle armi pesanti e leggere”. Nessuno aveva reagito all’affermazione, che sembrava tanto forte e in contraddizione con l’esaltazione che pochi giorni prima aveva dimostrato il presidente americano, Donald Trump, dicendo che invece il piano per Gaza era pronto a partire. E se nessuno ha reagito alle parole di Netanyahu è perché il primo ministro israeliano ha ribadito l’ovvio e ha detto quello che Mladenov è poi andato a riferire in televisione ad Amit Segal che più volte gli ha domandato: quindi non è previsto un ritiro di Israele prima del disarmo di Hamas? “No”, ha ripetuto l’inviato di origine bulgara. Nemmeno gli americani si sono scomposti, alcuni funzionari hanno riferito al sito Axios che le affermazioni di Netanyahu erano state accolte più nel contesto della campagna elettorale in Israele che come negazione degli impegni presi a Gaza. Mladenov ha specificato che il lavoro di disarmo di Hamas sarà lungo, che per ripulire tutti i tunnel ci vorranno dieci anni e se ne occuperanno le imprese edili che saranno abilitate a operare dentro la Striscia. L’inviato del Consiglio della pace ha sottolineato che in questa fase del piano non è previsto alcun ritiro da parte di Tsahal, ma si richiede ai soldati israeliani di rimanere dentro la Linea gialla, il confine delimitato da blocchi di cemento di colore giallo che divide la parte controllata da Israele da quella nelle mani di Hamas, e di non sparare, a meno che non identifichino chiare minacce di riarmo da parte dei terroristi. Dall’inizio del cessate il fuoco, Israele ha espanso il proprio territorio dentro alla Linea gialla e la richiesta di Mladenov adesso è di non avanzare oltre. L’inviato specifica che il piano del Consiglio della pace non intende basarsi sulla fiducia, nessuno crederà a Hamas sulla parola, non ci si limiterà a sperare che i terroristi facciano quello che è loro richiesto e quello che hanno accettato di fare – cedere le armi leggere e pesanti, abbandonare i tunnel da dove è nato il progetto contro Israele del 7 ottobre – ma sarà basato sulla verifica: ogni affermazione di Hamas sarà messa sotto esame e se l’esame fallirà allora “il processo si fermerà”. La conversazione fra i due è interessante anche perché Segal è un giornalista con ottime fonti nel governo e negli apparati di sicurezza, spesso con idee non lontane da quelle del premier Netanyahu. Nel parlare con Mladenov, Segal fa domande precise e si evince che tifa per la realizzazione del piano, con tutto il margine di errore che porta con sé e con la possibilità che lasci comunque sul posto una parte di Hamas. L’inviato bulgaro dice che Gaza è governata dai kalashnikov, non parla da illuso, ma afferma che finora il piano è la garanzia migliore che Israele abbia che il 7 ottobre non si ripeterà.Il paese è in campagna elettorale e, dopo il massacro compiuto da Hamas nei kibbutz del sud del paese, dopo le guerre su più fronti, dopo i fallimenti della sicurezza, dopo il lento ritorno degli ostaggi con troppe morti, tutti sanno che queste elezioni saranno feroci. Nessun candidato, né Netanyahu né i suoi oppositori, spenderà una parola a favore del ritiro da Gaza, anche se in privato può essere d’accordo con il piano del Consiglio della pace. Poi però c’è la realtà sul campo e i segni del fatto che Israele sta rispettando i suoi impegni: i colloqui vanno avanti e a Rafah, dentro la Linea gialla, sono stati approvati i lavori di ricostruzione di cui si occuperà un’azienda emiratina.
Il ritiro di Tsahal da Gaza non è un tema
Secondo l'accordo Israele non deve lasciare la Striscia prima del disarmo di Hamas. Le garanzie che servono contro i terroristi e le iniziative sul campo, oltre il fumo della campagna elettorale (non solo di Bibi)













