La tv ha sempre avuto un problemino nel rapportarsi alla disabilità. Pietismo, commozione, molte lacrime. Poveri ragazzi, (non persone, che è parola difficile da pronunciare), guarda tu come sono bravi, dolcissimi, e giù racconti di un eroe dopo l’altro, straordinari, incredibili, altrimenti lasciamo perdere. Il disabile fa categoria a parte ed è difficile inserirlo in un contesto collettivo, meglio uno spazio per incensarlo personalmente, e poi ricacciarlo nell’anonimato. Quindi lo fai salire sul palco di Sanremo perché sei un servizio pubblico generoso, ma meglio non in gara. Meglio un coro grato si fa mettere in vetrina nella foto di gruppo. Meglio una detective cieca che riesce a trovare il colpevole grazie a una specie di superpotere. E meglio le parentesi in cui buttarli tutti insieme, tanto all’abilismo diffuso siamo tutti abituati. Così la Rai ha pensato bene di affidare un programma dedicato a questi «giovani eccezionali» niente meno che a Fabrizio Bracconeri in quanto padre di un figlio con un forte disturbo dello spettro autistico di cui parla come «Un dono di Dio». Il fitto curriculum dell’attore vanta anche “I ragazzi della Terza C” negli anni ‘80, la divisa dei processi di “Forum” negli anni Duemila, il libro di cucina “Le ricette di Bracco” e una candidatura con Fratelli d’Italia nel 2014. Il suo slogan elettorale era «Io so’ dimagrito. Ora tocca all'Europa» ma stranamente non è stato eletto. Quindi forte di questo bagaglio e dei suoi 4mila voti diventa il nome migliore per “Lo spazio dei talenti” (su Rai Due e ora su RaiPlay). Dopo le prove da Pierluigi Diaco in “Bella Ma’” («È un mio carissimo amico»), Bracconeri ora gira l’Italia da Nord (e guarda in su) a Sud (e abbassa lo sguardo) per raccontare le storie di chi «ha trasformato una difficoltà in forza ed entusiasmo». E col fiatone persistente e quel lievissimo accento romanesco, abbraccia e bacia ogni protagonista, chiama “mamma” le mamme altrui, e soprattutto fa leva, ovviamente, sull’inclusione. E qui sorge inevitabilmente qualche altro dubbio. Dal momento in cui il buon Bracconeri, al di là della personale esperienza di padre, non restituisce esattamente un’immagine di calorosa accoglienza. Ospite frequente dell’elegante Giuseppe Cruciani a “La Zanzara”, si accalora per la remigrazione («Deve cominciare da ieri»), alza i toni già coloriti auspicando un lancio di salsicce sugli immigrati musulmani, non è in disaccordo con Vannacci sulle classi differenziate e sintetizza i suoi pensieri articolati con «Se nasci in una stalla non è che sei cavallo». Insomma verrebbe da chiedersi le ragioni della scelta, ma a volte è meglio non sapere le risposte.