BUDAPEST. Emma Nolde racconta il palco come uno spazio da reinventare ogni sera, seguendo l'energia di chi ha davanti. Dal debutto internazionale allo Sziget Festival – che si terrà a Budapest dall’11 al 15 agosto - alla responsabilità arrivata con la Targa Tenco per Quello che deve essere sarà, la cantautrice riflette sui "no" nella musica, sul tempo delle canzoni e sui maestri che l'hanno ispirata. Sempre con un obiettivo: restare fedele alla propria voce, anche quando il pubblico si fa più grande. Il 12 agosto salirai sul palco dello Sziget Festival per la tua prima esperienza internazionale. Che cosa ti aspetti da questo live? «La sera in cui suoniamo noi ci saranno anche Twenty One Pilots e Florence + The Machine. È un contesto molto più grande rispetto a quello a cui siamo abituati e con regole diverse. Una delle differenze principali sarà il soundcheck: avremo soltanto il tempo di attaccare gli strumenti, verificare che tutto funzioni e poi partire, senza delle vere prove prima del concerto. Quindi porteremo meno strumenti e costruiremo un concerto più percussivo, più da festa. La preparazione serve a questo: essere pronti a cambiare in base al contesto». Nei concerti osservi molto il pubblico. Che cosa guardi? «Cerco di capire l'energia, se ha senso raccontare qualcosa in più o cambiare la scaletta. Ogni città vive il concerto in modo diverso. Una cosa che noto sempre è il telefono: quando vedo qualcuno distratto dallo schermo provo, senza dirlo, a riportarlo dentro quello che sta succedendo sul palco». Si è parlato molto del fatto che non sei andata a Sanremo. Se un giorno salissi sul palco dell'Ariston, quale sarebbe la sfida più grande? «Godermi quell'avventura. Chi ci è stato racconta un'esperienza molto frenetica. La difficoltà sarebbe dare il giusto peso ai commenti negativi. Il mio pubblico è molto rispettoso, mentre Sanremo ti espone a una piazza enorme. Gestire quella parte sarebbe la vera sfida». Hai condiviso il palco con molti artisti. C'è qualcuno che ti ha insegnato qualcosa dietro le quinte? «Da tutti ho imparato qualcosa. Di recente mi ha colpito Carmen Consoli: ha un'identità artistica fortissima. Molti artisti che ammiro hanno saputo dire più no che sì. Quando li osservi capisci che non tutto ciò che luccica è davvero importante». Tu hai detto dei no? «L'anno scorso ho detto il mio primo vero no. Mi affido a poche persone, ma mi aiutano a guardare oltre l'entusiasmo del momento. A volte la scelta migliore è proprio rinunciare a qualcosa che inizialmente sembrava un'opportunità». Hai mai scritto una canzone che hai deciso di non pubblicare perché era arrivata troppo presto? «Sì. Era una canzone che piaceva molto a tutti, ma non abbiamo mai trovato il momento giusto. Oggi mi piace ancora, però faccio fatica a rivedermi dentro quelle parole. Le canzoni cambiano insieme a chi le scrive». Dopo una Targa Tenco senti più libertà o più responsabilità quando scrivi? «Forse più responsabilità, ma non per paura di deludere. È la voglia di continuare a fare bene. Un riconoscimento importante mi spinge a lavorare ancora di più». Come ti immagini tra dieci anni? «Spero di saper dire tutti i no che servono e di riuscire a raccontare sempre di più ciò che è fuori da me. I grandi cantautori, Guccini compreso, riuscivano a parlare anche del mondo. È quello a cui aspiro. E poi sogno di continuare a fare concerti: suonare all'Alcatraz sarebbe qualcosa di enorme».