Carmelo Palma e Federica Valcauda

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Un’occupazione abusiva che dura da decenni, mascherata da pluralismo. È quanto abbiamo voluto raccontare nella conferenza stampa che abbiamo tenuto ieri in Viale Mazzini, dove Europa Radicale e Spazio Pubblico, insieme ad Articolo 5, hanno lanciato l’appello “Fuori i partiti dalla Rai!”, a un anno esatto dall’entrata in vigore dell’European Media Freedom Act. È un’iniziativa che denuncia una narrazione stucchevole e inveritiera: la partitocrazia che soffoca il servizio pubblico non ha un colore, ma li ha tutti. Quale che fosse la maggioranza parlamentare, la legislazione italiana, dagli albori della TV di Stato a oggi, in forme diverse, le ha sempre consegnato un potere di governo prima assoluto e poi lottizzatoriamente spartito, da posizione dominante, con le opposizioni subordinate e “disponibili”: un potere, sia chiaro, non di gestione, ma di antenna, riguardante cioè non l’amministrazione della concessionaria del servizio pubblico, ma i suoi contenuti, i suoi palinsesti e la sua informazione.

I radicali denunciano da decenni che la Rai è essenzialmente un’infrastruttura di potere, proprio perché è per statuto finalizzata alla produzione del consenso politico, come sinceramente confessò molti anni fa Bruno Vespa quando parlò della DC come del suo “editore di riferimento” e come dovrebbero anche confessare, da destra e da sinistra, tutti i protagonisti di quel grottesco bipolarismo televisivo che ha accompagnato nella Seconda Repubblica i destini del bipolarismo politico. Tra le forze di opposizione che non si sono mai prestate al gioco della lottizzazione ci sono proprio i radicali, che infatti della Rai hanno sempre denunciato i caratteri di sistema, non il colore, sempre cangiante, del potere pro tempore su quel sistema. Con il referendum del 1995 e anche in precedenza, il loro tentativo è sempre stato quello di cambiare le regole per estinguere il padronato politico sulla Rai, non di sostituire un padrone “cattivo” con un altro “buono”.