Taranto si mostrerà al mondo, in occasione dei ‘Giochi del Mediterraneo 2026’, in un momento di epocale passaggio. Mostrerà il suo aspetto migliore: quello di un luogo meraviglioso, baciato dagli dei della bellezza da tempo immemorabile? O mostrerà il suo aspetto più oscuro, se quei giorni di agosto dovessero essere usati come palcoscenico da chi volesse estremizzare la visibilità delle tensioni relative a lavoro, salute e ambiente? Vallo a sapere.

J. P. Sartre scrisse che preferiva la disperazione all’incertezza, ma da un allegrone come l’autore de ‘La nausea’ non ci si poteva aspettare di meno. Più ottimismo arriva da J. H. Finley, penna storica del New York Times: affermò che la maturità è la capacità di sopportare l’incertezza.

E se si parla di sopportazione, i tarantini sono imbattibili. In sofferenza sono i primi in ogni classifica. Ponendo al centro la propria condizione umana peculiare, unita all’inviolabile libertà individuale, i tarantini antepongono l’esistenza all’essenza. Patimenti inclusi. Insomma: prima esistono e poi si definiscono attraverso mutevoli azioni.

Che Sartre sarà pure di Parigi, ma sembra nato a Tramontone.

A Taranto, attualmente, si tollera chi cerca di trasformare un dispositivo giudiziario in una sentenza. Il dispositivo è solo la parte finale della sentenza, quella che contiene la decisione del giudice. La sentenza è il documento completo, che include anche l’intestazione, le ragioni della scelta e la decisione stessa. Quindi: il dispositivo è il comando vero e proprio (tipo: spegnere l’area a caldo in 90 giorni), mentre la sentenza spiega il percorso logico e legale che ha portato a quel comando. In linea generale: da solo, il dispositivo non si appella. La sentenza, nella sua interezza, sì.