Nonostante la richiesta in costante crescita, con gravidanze da Pma raddoppiate nel giro di 13 anni, ogni anno 38mila coppie pagano di tasca propria fino a 9mila euro per accedere alla fecondazione assistita. Tra ospedali pubblici al collasso e norme che escludono donne single e coppie lesbiche, avere un figlio è diventato una questione di reddito
L’Italia continua a fare i conti con un inverno demografico drammatico e con culle sempre più vuote, ma sognare di diventare genitori attraverso la Procreazione medicalmente assistita (Pma) resta ancora oggi un lusso per pochi. Tra liste d’attesa infinite nei centri sanitari nazionali e un’offerta pubblica del tutto insufficiente, il percorso per avere un figlio si trasforma spesso in un salasso economico che lascia campo libero alle strutture private. Un sistema iper-sollecitato e sbilanciato che mostra le sue fragilità anche negli episodi più complessi, come il recente e delicato caso dello scambio di embrioni registrato al San Raffaele di Milano, una struttura di riferimento che svolge gran parte della propria attività proprio per conto della Regione Lombardia.
I numeri del monopolio privato e la fuga dal Sud
A mettere a nudo i numeri di questo paradosso è un’analisi di Repubblica. Nonostante la Pma (sia omologa che eterologa) rientri teoricamente nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e debba dunque essere garantita dal Servizio sanitario nazionale, la realtà racconta un’altra storia. Su un totale di 186 centri presenti nel Paese, ben 103 sono privati (il 55,4%), a fronte di soli 67 centri pubblici (il 36%) e 16 convenzionati (l’8,6%).






