di Roberta PumpoPer superare le barriere fisiche, culturali e linguistiche, bisogna condividere il quotidiano. Si scopre così che ciò che appare come un ostacolo, in realtà, può trasformarsi in ricchezza reciproca. È quanto hanno sperimentato dal 27 luglio al 1° agosto oltre 150 giovani, tra volontari e ragazzi con disabilità dai 18 ai 35 anni, riuniti nel Castello di Magione, in provincia di Perugia, per il campo estivo in Italia promosso dall’Ordine di Malta. Giornate di inclusione, solidarietà e spiritualità che fanno da apripista al campo estivo internazionale, in corso fino al 10 agosto al Castello di Javier in Navarra, che accoglie in Spagna oltre 550 persone da 25 Paesi, compresi quelli in guerra.“Quanto bene c’è nel mondo”, era il tema del campo italiano, tratto da un discorso di papa Leone XIV. «Un’attività fatta da ragazzi per ragazzi», chiarisce il capo campo Lorenzo Gattamelata, ingegnere romano di 29 anni. Questo era il suo nono campo e ogni volta, «oltre al sonno arretrato», porta a casa «una grande ricchezza umana» rappresentata «dallo spirito di servizio che muove i volontari» e dalla «gioia di vivere trasmessa dai ragazzi disabili» che con i loro sorrisi «restituiscono molto più di quanto si è dato». Riallacciandosi al tema, riflette che «nel mondo c’è tanto bene, ma bisogna costantemente impegnarsi per farne altrettanto». In Umbria hanno vissuto giornate scandite da giochi, visite sul territorio, attività culturali e sportive, momenti di preghiera e, alloggiando in un castello medievale, dalla preparazione di costumi d’epoca protagonisti della sfilata finale. Nato dalla collaborazione tra i Gran priorati, le delegazioni, l’associazione dei Cavalieri italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta e il Corpo Italiano di soccorso, il campo era molto atteso dai ragazzi con disabilità che «già dal mese di dicembre chiedono informazioni» riferisce Lorenzo, il quale sottolinea come queste «giornate sono importanti tanto per i ragazzi quanto per i genitori».Un’esperienza fondamentale anche per familiari e caregiver , conferma María Teresa Roca de Togores y Conde, capo campo internazionale. «Per gli ospiti è occasione per stringere nuove amicizie e condividere la propria fede – afferma –. Per le famiglie i benefici sono duplici. Permette loro di prendersi una pausa e offre speranza. Molti ospiti tornano a casa con più autostima e migliore capacità di socializzare. Scoprire questo per i genitori non ha prezzo». I dettagli del campo internazionale sono stati studiati da oltre cinquanta volontari under 30 che «con entusiasmo hanno dedicato serate e weekend per pianificare tutto» dice Maria Teresa. Decine le attività che si svolgono nel campo base e nelle zone limitrofe capaci anche di superare le distanze linguistiche. «Condividere vittorie nei giochi, idee creative nei laboratori o una festa insieme, crea un’amicizia solida tanto quanto il conversare nella stessa lingua» rimarca.Tanti giovani provengono da Paesi in guerra, la quale provoca «un esaurimento costante, quel tipo di stanchezza che non scompare dopo una buona notte di sonno» racconta Anastasiia Zherebetska, del Servizio di soccorso dell’Ordine di Malta in Ucraina, il cui padre è al fronte. «Ogni giorno porta con sé incertezza, paura di missili e droni e angoscia che qualcuno a cui vuoi bene possa non tornare a casa. La mente è sempre in allerta. Per le persone con disabilità, queste sfide sono ancora maggiori». Il campo, pur essendo «molto più di una vacanza», suscita «emozioni contrastanti», specifica Anastasiia, perché «ci si sente in colpa per aver lasciato l’Ucraina». Al tempo stesso rafforza la resilienza dei giovani ucraini dando loro non solo «il tempo di riposare, ridere e creare ricordi felici, ma anche di constatare che non sono soli. Ogni conversazione, pasto condiviso, gesto di gentilezza ci dice che la famiglia dell’Ordine di Malta continua a essere al fianco dell’Ucraina. Torneremo a casa con rinnovata energia e speranza». Novità di quest’anno è la Malta Camp House Cup, ispirata a Harry Potter, con quattro casate intitolate a santi dell’Ordine. «I 25 Paesi sono distribuiti in base all’affinità linguistica e culturale per incoraggiare integrazione e sana competizione», spiega Maria Teresa.L’impegno dell’Ordine di Malta non si esaurisce con i campi estivi. L’associazione spagnola dell’Ordine organizza il Cammino di Santiago per disabili Way On Wheels (Strada su rotelle) che si articola in sette tappe e un percorso di 110 chilometri. In vista del prossimo Anno Giacobeo «tra luglio e agosto proporremo quattro percorsi – anticipa il project leader Carlos Ortiz – a cui si aggiungerà un pellegrinaggio nazionale a Santiago de Compostela che concorderemo con il delegato della Galizia e che potrebbe includere un capitolo nel giugno 2027». L’Associazione libanese, invece, organizza il campo di Chabrouh per persone con gravi disabilità psichiche e fisiche, bambini svantaggiati e laboratori per favorire l’incontro intergenerazionale. A Budapest si svolge il campo di rinnovamento spirituale per persone senza dimora, operatori e volontari.Don Daniele Borbey, (primo a destra), parroco di Introd e responsabile della Pastorale giovanile della diocesi di Aosta, assieme ad alcuni volontari impegnati nel progetto che trasforma terreni abbandonati in orti solidalidi Giuseppe CaffulliDurante queste vacanze estive, chi si trovasse nelle valli aostane del Gran Paradiso potrà portarsi a casa, con una semplice offerta, un prodotto dal sapore particolare: la salsa di pomodoro preparata dai volontari dell’Oratorio Grand Paradis. Non è solo una passata, ma il risultato di un progetto che mette insieme terra, persone, generazioni diverse e solidarietà. Un’iniziativa nata per recuperare terreni abbandonati, educare i più giovani alla cura dell’ambiente e sostenere le attività delle comunità parrocchiali.A promuoverla è don Daniele Borbey, parroco di Introd, Rhêmes-Saint-Georges, Rhêmes-Notre-Dame e Valsavarenche e responsabile della pastorale giovanile della diocesi di Aosta. Un sacerdote abituato a mettere al centro le relazioni: nei cammini dei giovani verso Santiago, nelle esperienze a Taizé, nei pellegrinaggi ai santuari valdostani, la sua convinzione è sempre la stessa: la fede passa attraverso incontri concreti, attraverso il tempo condiviso, attraverso il fare insieme.«Il primo obiettivo di questo progetto – racconta don Daniele – era recuperare alcuni terreni incolti. Gli orti che abbiamo preso in gestione erano tutti spazi rimasti fermi per molto tempo. Ma poi ci siamo accorti che il valore più grande non era soltanto coltivare pomodori: era coltivare le relazioni».La prima esperienza, lo scorso anno, ha coinvolto quattro orti gestiti dai volontari ad Arvier, Introd, Villeneuve ed Aymaville, oltre a un piccolo terreno adiacente il dormitorio della Caritas di Aosta. Il risultato è stato significativo: quasi 600 chili di pomodori prodotti direttamente negli orti e altri 700 chili circa donati da famiglie e privati che hanno scelto di destinare una parte della loro coltivazione al progetto. In totale quasi 1.300 chili di pomodori trasformati in 623 chili di passata, per oltre 2.800 vasetti preparati nella cucina di Introd. Dietro questi numeri ci sono persone: una trentina di volontari impegnati nella coltivazione e circa quaranta nella fase di trasformazione. Ma soprattutto c’è un’idea di comunità.«La cosa più importante non è produrre – spiega don Daniele – perché quello sarebbe l’obiettivo di un’azienda. A noi interessa trovare momenti per stare insieme: quando si pianta, quando si raccoglie, quando si trasforma il pomodoro. Preferisco che ci mettiamo più tempo, ma che lo facciamo insieme».Un progetto che vuole essere anche un ponte tra generazioni. Bambini, giovani, adulti e anziani sono chiamati a condividere un’esperienza semplice, la cura della terra, in un angolo d’Italia molto particolare (e incantevole) come la Valle d’Aosta. «La bellezza sarebbe riuscire a mettere insieme non soltanto persone di età diverse che partecipano separatamente, ma famiglie, nonni, nipoti, genitori e figli. L’orto diventa un luogo dove passano competenze, storie e tempo condiviso».Quest’anno il progetto è cresciuto: sono sei gli orti direttamente gestiti dai volontari, più due realtà collegate. Ai terreni già sperimentati si aggiungono nuovi spazi a Saint-Pierre e Avise, mentre continueranno le esperienze del piccolo orto del dormitorio Caritas e dell’orto privato di Champlong, coltivato interamente a pomodori per sostenere l’iniziativa. «Anche il piccolo orto del dormitorio ha un valore enorme – sottolinea il sacerdote – perché lì si incontrano culture diverse. Ragazzi arrivati da Bangladesh, Pakistan, India o Africa scoprono un modo nuovo di vivere la terra, mentre noi impariamo da loro altre tradizioni e altri sguardi».La passata di pomodoro è anche uno strumento di autofinanziamento. Lo scorso anno il progetto ha permesso di raccogliere alcune migliaia di euro che, tolte le spese iniziali, sono una boccata d’ossigeno per le attività dell’oratorio. Una risorsa importante per sostenere le iniziative durante l’anno, dai percorsi educativi ai pellegrinaggi e alle attività estive. Ma non ultimo per far fronte alle spese (specie del riscaldamento invernale). La sfida per il futuro è coinvolgere ancora più persone. «Il modo più efficace non sono i messaggi o i gruppi WhatsApp, ma l’invito personale. Dire a qualcuno: “Vieni con me, facciamo questa cosa insieme”. È così che si costruiscono le comunità». Perché, alla fine, il vero raccolto dei “Pomodori dell’Oratorio” non è solo nei vasetti che arriveranno sulle tavole dei visitatori del Gran Paradiso. È nelle relazioni nate tra le persone. «Coltivare la terra fa bene – conclude don Daniele – ma ancora di più fa bene stare insieme. È questo il vero progetto».