Un’ora prima dell’iniezione letale, quando sono le undici del mattino, Herman Lindsey è con gli altri attivisti sul lato opposto della strada, davanti alla Florida State Prison, nei pressi di Starke. Dietro i muri del carcere, James Aren Duckett, 68 anni, aspetta di morire. Fuori, sotto il sole del nord dello stato, resta soltanto il tempo della veglia, quello della speranza è finito con le prime luci dell’alba. Lindsey conosce il condannato personalmente. Lui stesso ha trascorso tre anni da innocente nel braccio della morte, prima di essere scagionato in un caso di rapina e omicidio. «È stato doloroso. Qualunque cosa avesse fatto o non fatto, Duckett era cambiato. Tutti lo ritenevamo una persona dal cuore d’oro, religiosa e piena di fede», racconta a L’Espresso, commentando l’esecuzione del detenuto, un ex agente di polizia arrestato alla fine degli anni Ottanta, con l’accusa di aver violentato e poi ucciso una bambina di 11 anni.Una giornata orribile, il 28 luglio, per chiunque si opponga a questa pratica. Nel pomeriggio, a poche ore di distanza, nella stessa prigione viene giustiziato anche Dominick Anthony Occhicone, ottant’anni, condannato per l’uccisione, nel 1986, dei genitori della sua ex compagna. È la prima doppia esecuzione nello Stato da 62 anni. Occhicone è il detenuto più anziano mai messo a morte in Florida. Sul caso Duckett, poi, restano dubbi. La Corte Suprema statale aveva imposto un alt per consentire nuovi esami del Dna, che non avevano però prodotto risultati conclusivi.«Direi che almeno il 40% dei casi nel braccio della morte dovrebbe essere rivisto a fondo», spiega Lindsey, oggi a capo di Witness to Innocence, un’organizzazione che riunisce persone scagionate. «Il problema non è il sistema in sé, ma chi lo applica: si approvano leggi dannose, si trascura la riabilitazione e c’è chi cerca di ottenere il maggior numero possibile di condanne per fare carriera, conquistare promozioni o costruirsi un futuro politico». Dopo essere tornato libero, ha trasformato la propria storia in una missione, dimostrare che quanto accaduto a lui «può succedere a chiunque. Molti non prestano attenzione agli errori giudiziari, finché non li subiscono improvvisamente».A cinquant’anni da Gregg v. Georgia (la sentenza che nel 1976 confermò la costituzionalità della pena di morte, ponendo fine a una moratoria di quattro anni) la Florida è diventata oggi l’epicentro delle uccisioni di Stato. Qui tutte le esecuzioni avvengono principalmente attraverso il protocollo di iniezione letale a tre farmaci: un sedativo, un paralizzante e una sostanza che arresta il cuore. Dall’inizio del 2026, in Florida sono avvenute 12 delle 19 esecuzioni registrate in Usa; dal gennaio 2025, 31 su 66, quasi la metà. Un’accelerazione che procede in direzione opposta al resto del Paese. Sono 23 gli Stati abolizionisti e 33, due terzi dell’Unione, non prevedono più o non eseguono una condanna da almeno dieci anni.L’aumento non nasce certo perché qui si concentrino i delitti più feroci d’America. Dietro la frenetica firma di ordini di esecuzione da parte di Ron DeSantis, secondo i critici si intravede già il 2028. Il governatore repubblicano, che lascerà l’incarico nel gennaio 2027, non avrebbe accantonato le ambizioni presidenziali. La pena di morte rafforza l’identità “law & order” sulla quale ha costruito la propria carriera. La convergenza temporale non sarebbe, quindi, una coincidenza. Nel 2023, durante la prima corsa alla Casa Bianca, la Florida eseguì sei condanne dopo tre anni di pausa; nel 2024, tramontata la candidatura, una soltanto. «Sostiene di agire per le vittime, ma ha ignorato i familiari che lo imploravano di fermare le esecuzioni. Parla soltanto di chi le appoggia. Lui e il procuratore generale vogliono apparire duri contro il crimine e allinearsi con Trump», denuncia Maria DeLiberato, avvocata e responsabile delle politiche legali di Floridians for Alternatives to the Death Penalty.E in effetti, archiviati gli scontri delle primarie presidenziali, DeSantis è tornato a muoversi lungo la stessa traiettoria del presidente, dalla crociata contro la “deriva woke” alla pena capitale appunto. Nel 2020 Trump ha riattivato il boia federale dopo 17 anni di sospensione, facendo mettere a morte 13 persone in sei mesi; durante l’ultima campagna ha poi chiesto di estendere la pena capitale a nuovi reati.Una linea sempre più distante dall’opinione pubblica. Il sostegno è sceso ai livelli più bassi dal 1972 e, secondo Gallup, tra gli americani sotto i 55 anni prevale ormai l’opposizione. Anche se il tema resta ai margini dell’attenzione quotidiana e le esecuzioni avvengono spesso nell’indifferenza generale, a incrinare il consenso sono stati soprattutto i casi concreti: oltre duecento persone scagionate perché innocenti (anche in questo caso il record è della Florida, con 30); procedure malriuscite e inumane; inoltre, gli enormi costi dei processi e il calo dei reati violenti.Anche l’argomento della deterrenza ha perso forza: le ricerche non hanno dimostrato in modo conclusivo che serva a ridurre gli omicidi. Si tratta di un sistema segnato anche da discriminazioni razziali. Come ricorda DeLiberato “La pena di morte colpisce in modo sproporzionato le minoranze. I procuratori la chiedono più spesso contro imputati di colore e quando la vittima è bianca”.Per la direttrice di FADP non è però un paradosso che il governatore continui a farne una priorità in agenda. “Non usa le esecuzioni per conquistare voti, ma per esercitare e mostrare il proprio potere. L’elettore medio spesso ignora ciò che sta accadendo: vota per lui per altre ragioni, senza premiarlo per le esecuzioni ma neppure penalizzandolo. Il nostro compito è spiegare che, votando per DeSantis, si sostiene anche questa politica”. E aggiunge: “In Florida chi è condannato per omicidio di primo grado non uscirà mai dal carcere. Quando i cittadini comprendono l’alternativa, scelgono in larghissima maggioranza l’ergastolo”.Il tema attraversa da tempo la biografia politica di DeSantis. Nel 2015 sostenne una legge per estenderla all’uccisione o al tentato omicidio di agenti e soccorritori. Da governatore ne ha ampliato il raggio: l’ha prevista per lo stupro di minori di dodici anni e ha aperto alla possibilità di metodi alternativi all’iniezione letale e alla sedia elettrica. “Ha inoltre spinto il legislatore ad abolire l’unanimità nella fase della pena (che si apre dopo aver giudicato la colpevolezza)”, osserva Mark Schlakman, avvocato ed esperto alla Florida State University, con diversi incarichi pubblici alle spalle.“Per riconoscere un imputato colpevole servono tutti e dodici i giurati; per condannarlo a morte, in Florida ne bastano otto: la soglia più bassa degli Stati Uniti”. In questo stato, a differenza di altri, è poi utile ricordare che è il governatore a firmare gli ordini di esecuzione, non i tribunali, una volta esauriti i ricorsi della difesa.Il territorio è fertile, insomma. “Esiste una sorta di tradizione”, osserva ancora Mark Schlakman. Dopo la sospensione del 1972, quando la Corte Suprema dichiarò incostituzionale il modo in cui la pena di morte veniva applicata, “nel 1976, al riesame della questione, lo Stato fu il primo a riorganizzarsi per riprendere le esecuzioni”.Questo traino però, ragiona Maria DeLiberato, non durerà a lungo. L’attivista sostiene che: “Stiamo assistendo agli ultimi sussulti. La Florida, il Texas e pochi altri Stati del Sud, ancora legati a una lunga storia di razzismo, saranno probabilmente gli ultimi”. Il Paese, ne è convinta, consegnerà presto al passato la sua lunga convivenza con la pena capitale.
Usa: la politica nel braccio della morte
In Florida dodici esecuzioni in sette mesi. Il boia diventa strumento di consenso, un esercizio di potere del governatore che guarda alle presidenziali del 2028








