di
Gaia Piccardi
Cresciuto molto durante il Covid («i compagni non mi riconobbero, ero 10 centimetri più alto»), Sioli studiava all'alberghiero prima di scoprire l'alto: oggi vale 2,30, si allena a Paderno con una rincorsa a otto appoggi per mancanza di spazio, e considera Tamberi «un fratellone»
DALLA NOSTRA INVIATABIRMINGHAM — All'ombra del totem, Gimbo Tamberi che a 34 anni torna in gara due lustri dopo il primo dei suoi tre titoli continentali all'aperto, cresce (bene) il talento di Matteo Sioli, lombardo e classe 2005 come il gemello di salti Francesco Inzoli, uno in alto e l'altro in lungo, alfiere della generazione Los Angeles che nel 2028 — cioè dopodomani per i tempi dello sport — dovrà reggere il confronto con il mondo. Ma una cosa per volta: l'Europa, da domani a domenica, è la sfida di Matteo e degli altri 131 azzurri (70 uomini, 62 donne: partecipazione record) che stanno atterrando a Birmingham in queste ore, pronti ad assaggiare il tartan e le pedane dell'Alexander Stadium a caccia di medaglie.
«Sono nato a Milano ma ho sempre vissuto a Paderno Dugnano — racconta Sioli —, in un condominio a gestione famigliare che ospita noi, la nonna, i cugini, una prozia. È lì, durante il Covid, che sono cresciuto. Letteralmente. Quando sono rientrato a scuola dopo la pandemia, i miei compagni non mi hanno riconosciuto: ero più alto di 10 centimetri...».











