Lo sportwashing esisteva ancora prima che il termine fosse coniato. Nel 1930 ci furono i primi mondiali di calcio. Fu scelto l’Uruguay come sede e la nazionale di casa vinse in finale contro l’Argentina. Il Paese guidato dal presidente Jean Campisteguy, del Partido Colorado, doveva far fronte a una crisi che traeva origine dall’anno prima (1929), Wall Street. Mancavano molte nazionali europee, compresa l’Italia tacciata di lavorare già a un ampio programma di reclutamento di calciatori con la doppia nazionalità (gli oriundi). Finì con La Marsigliese che non si capì se celebrasse Julius Rimet, il presidente francese dell’allora Fifa (ancora in formato small rispetto alla versione extralarge di ora), o lo stesso Campisteguy perché il suo partito canticchiava, appunto, La Marsigliese. Con quell’edizione si dimenticarono per un po’ i problemi del Paese.
Jonathan Wilson parte da lì nel suo La grande storia della Coppa del Mondo (uscito in Italia per Limina Edizioni). Non è un libro che celebra solo le grandi giocate, anzi coglie proprio un aspetto che soprattutto nelle ultime edizioni (compresa quella appena andata in archivio) abbiamo imparato a conoscere: l’importante non è vincere i Mondiali, ma organizzarli. Perché serve per rifarsi un volto, un maquillage spesso politico. E l’ultima edizione tra Canada, Messico e Stati Uniti con l’ingombrante presenza di Trump (manco fosse la profezia di Foster Wallace su Infinite Jest che s’avvera e si materializza) l’ha ampiamente dimostrato. Poi può accadere come nel 1934 e nel 1978 – quindi nell’Italia fascista di Mussolini e nell’Argentina della dittatura militare di Videla – che il Paese organizzatore vinca anche la competizione sportiva (non senza polemiche). E allora la propaganda si fa decisamente più forte.






