I dati diffusi dal centro di ricerca di Confesercenti delineano un’Italia a più velocità, ma emettono un verdetto chiaro e per certi versi storico: Napoli non è più soltanto un esempio di crescita legato a contingenze favorevoli , ma una solida realtà dello sviluppo economico italiano. Con una previsione di crescita del Pil del +1,5% per il 2026, la città partenopea rappresenta ormai il chiaro riferimento del Mezzogiorno, staccando nettamente la media dell'area (+0,8%) e posizionandosi a un soffio da giganti come Roma e Milano (+1,6%). Questo risultato conferma in modo inequivocabile la narrazione degli ultimi anni: la crescita napoletana non è, quindi, un fenomeno di facciata.
Ma non solo. Per anni è stata letta la ripartenza di Napoli come un "effetto cartolina", legato al boom del turismo. Lo studio di Confesercenti smentisce questa visione riduttiva: altre città a tradizionale e potente vocazione turistica come Firenze (+1,1%) o Venezia (+0,7%) registrano ritmi di crescita decisamente più contenuti. C'è ora da interrogarsi sul perché. Il turismo, sicuramente, ha agito da volano, ma ha anche innescato un ecosistema urbano vitale, capace di intercettare fondi europei e attrarre investimenti, stimolare l'imprenditoria e valorizzare il capitale umano, recuperando anche aree cittadine degradate, enclave di marginalità. È la dimostrazione di una struttura economica che sta, progressivamente, maturando. Accogliamo, dunque, il dato di oggi con la soddisfazione di chi, come questo giornale, ha voluto innescare la svolta narrativa della città raccontando le spinte positive, sempre corroborate dai dati: quel cambio di paradigma che ha superato anche lo scetticismo di chi non ha compreso, o voluto comprendere, la svolta in atto ormai da diversi anni. Tutto ciò avviene mentre sono in corso trasformazioni epocali, rigenerazioni di aree abbandonate per decenni, da Bagnoli all'intera area orientale e a meno di un anno dall’America’s Cup, l’ evento globale che porterà Napoli e le meraviglie del suo golfo nelle case di oltre un miliardo di persone, con un effetto rebound ancora da immaginare in tutta la sua valenza.I numeri positivi non devono, tuttavia, indurci al mero compiacimento e non farci vedere gli ostacoli che abbiamo sul nostro cammino. Napoli si porta dietro mali antichi, sui quali non arretrare di un passo e continuare a lavorare, e problemi nuovi che nascono proprio dal suo progresso economico, a tratti vorticoso. Come altre città metropolitane, allora, deve affrontare con strumenti non solo repressivi l’emergenza del disagio giovanile. I buoni dati del contrasto alla dispersione scolastica fanno ben sperare ma la tendenza a risolvere con la violenza qualsiasi disputa e l’arroganza di bande sempre più giovani richiedono uno sforzo complessivo dell'intera società napoletana. Un compito, anche culturale, da cui nessuno può chiamarsi fuori. Ognuno per le proprie possibilità e responsabilità. Così come per le tensioni abitative e le spinte inflazionistiche che accompagnano di norma momenti di impetuoso sviluppo e che mettono in difficoltà le fasce deboli della città. Queste rimangono questioni assolutamente aperte e urgenti. Senza un'integrazione inclusiva, lo sviluppo - che significa anche conferma delle fabbriche del sapere e di ricerca e una occupazione finalmente legata al territorio - rischia di rimanere parziale.Intanto le stime del 2026 ci consegnano una Napoli centro propulsore del Sud, capace di correre quasi al passo delle capitali economiche del Paese. Constatiamolo consapevoli del lavoro svolto sin qui e non fermiamoci. Per consolidare questo primato, la sfida delle istituzioni sarà trasformare la ricchezza prodotta in coesione sociale e sicurezza, accompagnare allo sviluppo economico il progresso civile e culturale di questa straordinaria città.







