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Roberta Scorranese

Una mostra a Cortina d'Ampezzo ricorda il grande pittore siciliano

Il 19 gennaio del 1987, come era avvenuto secoli prima per Raffaello, Roma si bloccò per i funerali di Renato Guttuso. Folla, bandiere, alte cariche istituzionali. Le cerimonie furono tre: la camera ardente in Senato, la funzione laica al Pantheon e infine la traslazione dei resti in volo fino alla sua Bagheria. Politici, giornalisti, attori, funzionari di partito: la capitale si era mobilitata per «il pittore del popolo», per il compagno che aveva dipinto, nel 1972, I funerali di Togliatti. Nato in Sicilia nel 1911, tessera del Partito Comunista d’Italia sin dal 1940 (quando il movimento era ancora clandestino), Guttuso è stato un artista potente come pochi nell’Italia del secolo scorso.

Tanto da potersi permettere deviazioni interessanti: per esempio, la sua Crocifissione del ’40 destò scalpore negli ambienti di sinistra, ma – esattamente come Chagall due anni prima – Guttuso aveva visto in questo simbolo cattolico una metafora della sofferenza universale. Non solo. Quando, assecondando le linee guida dell’ex Unione Sovietica, nel 1948 Palmiro Togliatti scomunicò l’astrattismo in un famoso articolo su Rinascita, definendolo una raccolta di «cose mostruose», «scemenze» e «scarabocchi», coraggiosamente Guttuso prese le difese dei colleghi, pur ritagliando per sé stesso una posizione eccentrica.