“Auschwitz”, che poi era “La canzone del bambino nel vento”, “Dio è morto”, “Il vecchio e il bambino”, “La locomotiva”, “Un altro giorno è andato”, ma anche “L’Isola non trovata”, “Quello che non”, “Scirocco”, “Lettera”, “Signora Bovary”, “Vorrei” e fin qui siamo tutti d’accordo. Capolavori iconici di una discografia sconfinata che ha attraversato mezzo secolo, dal 1967 – l’hanno d’esordio con Folk beat N°1 – fino al commiato in Canzoni da osteria del 2023. Ma Francesco Guccini ha scritto e interpretato brani rimasti sullo sfondo, confinati al pubblico più affezionato o a un determinato periodo storico. E allora eccola la rassegna delle canzoni (quasi) dimenticate, parafrasi di quella Canzone quasi d’amore contenuta nell’album Via Paolo Fabbri 43 e dedicata ad Angela Signorini, la mamma di sua figlia Teresa. In ordine rigorosamente sparso Canzone per Silvia. La dedica è a Silvia Baraldini, anarchica ingiustamente reclusa negli Stati Uniti – “Non ha ucciso mai nessuno e non ha mai rubato niente” – e Guccini, in una invettiva contro questa “nazione di bigotti”, chiede “di farla ritornare”. Siamo nel 1993. Dopo Sacco e Vanzetti lei è stata un simbolo del dissenso italiano punito Oltreoceano e questo brano è uno dei primi in cui l’autore s’allontana dagli Usa, paese di cui ha coltivato il mito da giovane ma che poi si è rivelato il luogo “Dove il sogno dell’oro ha creato mendicanti di un senso/Che galleggiano vacui nel vuoto affamati d'immenso” come ha scritto in un’altra fantastica canzone poco conosciuta come Cristoforo Colombo (Ritratti, 2004). Il sociale e l’antisociale. Brano contenuto in Folk Beat N° 1. Un testo in cui si confrontano e scontrano il conformismo di una società borghese proiettata nell’Italia del miracolo economico (“Il sociale”), e il dissenso di chi rifugge quel (falso?) mito moderno, di quella retorica, di quell’entusiasmo (“L’antisociale”). La Genesi. Chi l’ha detto che Francesco Guccini era un borbottone burbero e fin troppo impegnato? Come tutti gli animi più profondi era capace di grande ironia e autoironia e La Genesi, contenuta nell’album “Opera buffa” è tra le più divertenti canzoni mai scritte nella musica italiana. Shomèr ma mi-llailah. Sarà stato pure un agnostico ma quel passo del profeta Isaia Guccini lo conosceva eccome, al punto da trasformarlo in una metafora dell’esistenza umana. “A che punto è la notte?” chiede il viandante proprio mentre “la notte udite sta per finire ma il giorno ancora non è arrivato”. Un limbo tra buio e alba. Quanto durerà? Nessuno può dirlo, ma continuate a domandarvelo. Dall’album Guccini, 1983. Canzone. Una delle più recenti del Maestrone, contenuta in Ritratti del 2004 dov’è imperdibile anche Odysseus, dedicata a Ulisse. È qui che l’autore racconta che cos’è per lui una canzone, appunto. “Una stella filante che qualche volta diventa cometa, una meteora di fuoco bruciante però impalpabile come la seta”. E un giorno… Anche questa relativamente recente. È un brano dell’album Stagioni, del 2000. Ancora una volta Guccini si rivolge alla figlia Teresa in prima persona, come fece 13 anni prima in Culodritto. Ma qui il tempo che passa coglie l’autore quasi di sorpresa e lui “un po’ vecchio e un po’ saggio” non può che osservare quella piccola crescere capendo che “a battito a battito è l’età che s’invola”. Una delle più intime e toccanti dediche della canzone italiana a una figlia, al pari di “Avrai”, scritta da Claudio Baglioni e “Figlia” di Roberto Vecchioni. Canzone delle domande consuete. Fa parte dell’album “Quello che non”, una riflessione sulla crisi esistenziale, sulla routine dei rapporti umani vuoti e sull'incapacità di dare risposte certe al senso della vita. Canzone di notte n° 2. Qui Guccini fa i conti con i suoi demoni, quella malinconia che diventa magone quando il buio t’avvolge e il sonno resta lontano. Ma lui la malinconia l’ha sempre trasformata in capolavoro come ne “Le osterie di fuori porta” e forse ancora di più in questo testo contenuto nell’album Via Paolo Fabbri 43. Il 3 dicembre del 1939. L’ottavo brano di Folk Beat N°1, il suo primo album. Un inno insieme amaro e ironico al trasformismo italiano che proprio nel crepuscolo della Seconda guerra mondiale raggiunse le vette più alte. Samantha. Un incontro fugace, quell’amore che non si disvela e l’occasione perduta che rimarrà per sempre nell’album dei ripianti. Samantha e Andrea hanno il tempo di “solo sfiorarsi in un momento vago e via”. L’album è Parnassius del 1993, una canzone che per certi versi ricorda Autogrill. E per chi non ne avesse abbastanza ci sono anche Cencio, Il frate, Van Loon, L’ultima thule, Autunno, Odysseus, L’ultima volta.